L'esecutivo di Giorgia Meloni nel giorno del giuramento
L'esecutivo di Giorgia Meloni nel giorno del giuramento

Meloni, il governo più longevo. Ma è in ritardo sulle riforme

Venerdì 4 settembre l’esecutivo supera il record di 1412 giorni. Il confronto con i risultati nei principali Paesi europei

Carlo BertiniCarlo Bertini

Per amor di celebrazione, Giorgia Meloni ha le sue buone ragioni a festeggiare oggi il gong che la eleva a premier più longeva della storia d’Italia. Un record di tale portata va salutato dalla folla festante ma certo la ex underdog, piombata a palazzo Chigi dalle retrovie dell’opposizione, malgrado la sterminata pioggia di miliardi del Pnrr non è riuscita a lasciare un segno tangibile del suo passaggio, come amavano fare gli imperatori romani usi a lasciare in dote al popolo grandi opere, templi e colonnati da rimirare nei secoli dei secoli.

I lasciti del governo Meloni sono meno altisonanti: finora nulla è rimasto delle storiche riforme promesse alla vigilia della sua mission. Premierato in soffitta, Separazione delle carriere dei giudici bocciata dagli italiani e Autonomia delle regioni smontata dalla Corte Costituzionale; ad un anno dalle elezioni, i 200 e passa miliardi concessi da Bruxelles per i danni del Covid non sono bastati a evitare all’Italia la più bassa crescita del Pil e il più alto costo dell’energia di tutta Europa.

Dunque i motivi di vanto per Giorgia si riducono a tre elementi, certo non di poco valore: il sostegno convinto all’Ucraina, il crollo dello spread sotto i 70 punti, segno di conti pubblici in ordine - come dimostra la discesa del deficit di bilancio al 3 per cento - e un’impennata dell’occupazione, mai così alta “dai tempi di Garibaldi”, come ripetono i suoi laudatores.

E per capire quanto sia esigua l’eredità lasciata dal primo esecutivo Meloni - il più stabile d’Europa - è opportuno scorrere i menù degli altri governi oltre confine: le riforme portate a termine, pur tra mille peripezie (il caso della Francia è il più eclatante), le rivoluzioni fiscali, le leggi di civiltà varate per minoranze, ma anche le strette sui migranti, lasciano il segno.

Ecco dunque una panoramica delle norme più importanti varate dal 2022 ad oggi dai paesi europei più simili all’Italia per importanza, peso economico e industriale, popolazione e storia. Preceduta dalla griglia di provvedimenti degni di nota approvati dal governo Meloni, alleggerito dall’obbligo di dover fronteggiare una vera opposizione grazie a numeri schiaccianti in Parlamento.

Italia

Al suo insediamento, Meloni ha esordito con la campagna identitaria ordine e disciplina, scodellando un Decreto anti rave, primo di una lunga serie di decreti sicurezza e anti-maranza, che hanno introdotto nuovi reati senza mutare granché la percezione di pericolo che gli italiani nutrono da anni, a torto o a ragione. Sul Fisco c’è il taglio strutturale dei contributi alle imprese che assumono e più soldi (pochi) in busta paga ai lavoratori; il taglio di un aliquota Irpef e la crescita del tetto per la flat tax al 15% delle partite iva da 65 a 85 mila euro. Molto apprezzato. E poi: via il reddito di cittadinanza, con gran disappunto di tanti disoccupati specie al sud; e un bonus alle mamme di 60 euro.

Non mancano le norme anti-scafisti e di contrasto ai migranti: come il contestato decreto Cutro, dopo la tragedia sulle coste calabresi; e il criticato protocollo Italia-Albania, un double-face: applaudito dall’Europa di Von der Leyen e stroncato dalla sinistra italiana, per le centinaia di milioni spesi a fronte di qualche decina di ragazzi portati nel campo albanese.

Ma il punto più dolente sono le grandi riforme: il premierato che Meloni sognava, è in un cassetto alla Camera, smontato dai Costituzionalisti, così come l’Autonomia regionale, fatta a pezzi dalla Consulta, di cui rimane qualche tentativo di intesa con lo Stato per l’attribuzione alle regioni del nord (per far contenta la Lega) di alcune materie.

Per non parlare della mitica riforma della Giustizia voluto dai berluscones, andata a sbattere contro una maggioranza di No degli italiani, ostili a ritoccare la Carta e a graffiare l’autonomia dei giudici. Rimarrà una nuova legge elettorale, costruita come succedaneo al Premierato, con l’indicazione del candidato a palazzo Chigi sulla scheda.

Francia

I vari esecutivi partoriti dalla fantasia di Emanuel Macron, sebbene tutti molto deboli, hanno prodotto una riforma delle pensioni, portando l’età da 62 a 64 anni, causa di disordini e proteste in tutto il paese; una restrizione dei permessi di soggiorno e dei sussidi sociali in vigore; una riforma della scuola più severa verso gli alunni, misure contro la delinquenza minorile, con sanzioni ai genitori di ragazzi delinquenti. E sul piano economico, corposi tagli di spesa e aumento delle tasse patrimoniali già storicamente alte.

Germania

Dal 22 ad oggi si sono avvicendati due governi, l’esecutivo Sholz e il governo Merz. Il primo, con una maggioranza di centrosinistra, ha varato la svolta epocale per il riarmo del paese, la Zeitenwende annunciata il 27 febbraio 2022 al Bundestag: una riforma geopolitica e militare da 100 miliardi di euro, che rappresenta un cambio di rotta a 180 gradi per il partito guidato da Sholz, i pacifisti dell’Spd.

Il governo Sholz vara poi una riforma del welfare, con un aumento del reddito di cittadinanza e dei sussidi, aumenta il salario minimo a 12 euro, lancia un piano energetico da 300 miliardi per le rinnovabili. E introduce l’abbonamento mensile a 49 euro (salito poi a 58 euro nel 2025) per tutti i trasporti tedeschi, treni regionali, metro, autobus.

Il governo Merz, forte di una grande coalizione con un’impronta più conservatrice, porta a 500 miliardi il Fondo per la Difesa allargandone l’uso ad ambiente, reti digitali e ferroviarie. Sul Fisco introduce sgravi ai redditi medi e alza al 47 per cento l’aliquota per i redditi alti. Sul Lavoro favorisce la flessibilità, diminuisce le tutele per i licenziamenti e sdogana i contratti a 48 mesi. Con una stretta ai sussidi di disoccupazione e un aumento dell’età pensionabile.

Spagna

Il più longevo leader in carica dell’Ue, il socialista Pedro Sanchez, pur disponendo dal 2023 di una maggioranza risicata, è riuscito a portare a casa una riforma del Lavoro che vieta i contratti precari, un aumento del salario minimo a 1.184 euro per 14 mensilità, un’imposta sui patrimoni sopra i 3 milioni di euro contro il carovita; più tasse sulle banche e compagnie energetiche per finanziare i sussidi; un taglio dell’Iva sui beni primari e un Abono unico per i trasporti nel paese, simile a quello tedesco, da 60 euro, misura apprezzata da pendolari e lavoratori.

Per finire con le misure sociali, Sanchez ha varato una legge sulla Casa, una legge per i trans che favorisce il cambio di genere dai sedici anni. Per i Migranti ha reso più facili i permessi di soggiorno e le regolarizzazioni ma oggi si ritrova a dover fronteggiare la crisi di Ceuta e le sue implicazioni europee.

Gran Bretagna

Dopo le parentesi dei governi conservatori di Liz Truss e Rishi Sunak, il labourista Kein Starmer ha messo in opera una riforma fiscale aumentando i contributi alle imprese e imponendo l’Iva alle scuole private. Ha nazionalizzato le ferrovie e creato una nuova azienda di stato per le energie rinnovabili. Sui migranti ha cancellato il piano di deportazione in Ruanda dei conservatori.

Il suo successore, Andy Burnham, ha subito azzerato l'IVA sulle bollette elettriche a partire dal 1° ottobre 2026, garantendo un risparmio di 45 sterline l'anno per la famiglia media britannica. Vuole estendere il controllo pubblico su Acqua e Trasporti e istituire un National Care Service, un servizio pubblico nazionale per l'assistenza sociale che affianchi il sistema sanitario.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est