Tensione nel governo sugli aiuti all’Ucraina: l’Autonomia in cambio dell’ok di Salvini alle armi
La Lega potrebbe ammorbidire la sua posizione in caso del via libera alla riforma-bandiera del Carroccio. Ma anche nel campo largo il fattore-Kiev resta una mina vagante verso le elezioni politiche

Si potrebbe dire: cosa c’entra l’Autonomia regionale con l’invio delle armi a Kiev e con il voto anticipato? C’entra, così come lo stop perentorio agli aiuti by Matteo Salvini ha a che fare con la concorrenza di Roberto Vannacci.
Un passo alla volta però. Si sa, la cloche del governo è una leva formidabile per trovare un’intesa sui nodi più intricati, quindi nella querelle sui missili e i droni da inviare all’Ucraina è il centrosinistra a partire più svantaggiato sul centrodestra.
Grazie a una formula semplice ma antica e potente (il baratto) la maggioranza di Giorgia Meloni potrebbe infatti trovare la quadra – come usava dire il senatùr - scambiando l’ok alla riforma-bandiera del Carroccio, ovvero l’Autonomia differenziata, con un ammorbidimento dell’intransigenza pacifista sbandierata da Salvini domenica al congresso.
Un antipasto di questo menù è il rinvio del diktat annunciato di non mandare più aiuti: il Capitano alzerà il mento a dicembre quando Guido Crosetto porterà alle Camere il decreto che autorizza gli aiuti militari per il 2027.
Quindi nessun avvertimento al primo Consiglio dei ministri (quello di ieri) come aveva promesso Salvini domenica. «Siamo dalla parte di Kiev e continueremo ad aiutarla finché sarà necessario. È pronto già il prossimo pacchetto di tipo militare che invieremo quanto prima», è la replica del ministro degli Esteri Tajani.
La trama per l’accordo
Ma la sceneggiatura prevede altri passaggi: dicono nei Palazzi che per poter varare il decreto della discordia sull’Ucraina, Giorgia sarebbe disposta ad accelerare il via libera alle intese delle quattro regioni del nord sull’Autonomia regionale.
L’optimum sarebbe vederle trascritte in Gazzetta ufficiale entro marzo, in modo da consentire a Meloni di andarsi a dimettere dopo il Consiglio europeo di Roma che si terrà nello stesso mese. Il Consiglio dei ministri le ha infatti approvate e trasmesse alla Camera, dove il voto finale potrebbe arrivare a dicembre, per poi passare al timbro di Palazzo Madama in marzo, in tempo utile per la campagna elettorale.
L’abile Giorgia prenderebbe due piccioni con una fava: il via libera al voto anticipato della Lega, che altrimenti vorrebbe arrivare a fine legislatura per approvare la “sua” riforma autonomista; e la difesa della propria immagine in Europa, senza perdere credibilità, anzi guadagnandone per aver costretto a più miti consigli il sovranista riottoso, come in Germania nessuno riesce a fare con i filo-russi di Afd e in Francia con i lepenisti che occhieggiano a Mosca.
Quindi, urne anticipate a giugno per far contenta Giorgia, Autonomia da sbandierare per Salvini e tanti saluti al pacifista Vannacci, che tutti sperano veda tramontare la sua parabola entro sei mesi.
Il dramma della sinistra
Se la destra agisce con pragmatismo, a sinistra l’ideologia acceca i suoi leader. Quando trent’anni fa vinse l’Ulivo, il primo governo Prodi cadde solo formalmente sulla legge finanziaria: in realtà in quei giorni la Nato voleva il via libera all’uso delle basi per i bombardamenti in Kosovo e Rifondazione comunista non voleva ingoiare questo rospo.
E siccome gli avvenimenti tendono a ripetersi nel tempo, come sosteneva Machiavelli, è probabile che anche stavolta gli sherpa incaricati di trovare un’intesa sulle armi da scrivere sul programma si trovino di fronte a un muro valicabile solo con acrobazie lessicali.
Venerdì primo vertice tra i leader di Pd, M5s, Avs servirà ad annusarsi sullo schema da seguire. Ma è scontato che le primarie prossime venture per decidere il candidato premier si giocheranno su questa sfida: tra Schlein nelle vesti (poco credibili) della militarista e Conte in quelle (al pari poco credibili ma meglio interpretate) del pacifista. Vinca il migliore, ma comunque vada, un governo giallo-rosso-verde non farebbe dormire sonni tranquilli a Zelensky.
Numeri e sondaggi
Verrebbe da dire che Putin si è coperto a destra e a sinistra in Italia: i numeri infatti sono da far tremare i polsi ai fautori di una difesa comune europea e di confini da proteggere da una Russia debordante: un sondaggio Ipsos dice che il 64% degli elettori del “campo largo” non gradisce l’invio di armi e una verifica sommaria della forza di un fronte pacifista in Parlamento restituisce questa fotografia: oggi su 400 deputati, a parte una ventina del gruppo misto difficilmente classificabili, circa 120 eletti (dei 5stelle, di Avs e della Lega, oltre ai nove vannacciani) non voterebbero gli aiuti a Kiev, mentre circa 260 risultano sulla carta favorevoli: contando però tutti gli eletti del Pd, che invece al prossimo giro saranno in maggioranza compagni di fede pacifista e quindi meno affidabili.
Se si considera che il documento delle tre correnti che sostengono Schlein - i cattolici di Franceschini e gli ex comunisti di Orlando e Speranza – dedica solo due parole “all’Ucraina che abbiamo sostenuto”, declinando il verbo al passato, si capisce quanto la paura di non avere la giusta quota di candidature freni anche le aree più governative ed europeiste del partito. Un bel vedere, non c’è che dire.
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