Salvini vince il congresso ma deve fare i conti con Zaia e i nordisti: il Carroccio torna alle origini
Il patto interno con la fronda del Nord di Garavaglia per scongiurare l'irrilevanza: il segretario perde il partito personale e punta sui big del consenso per le prossime elezioni

La battuta finale di Matteo Salvini prima di chiudere i giochi, restituisce il vero senso politico di questo congresso leghista: quell’intimazione travestita da auspicio, «Luca Zaia sicuramente darà una mano nei prossimi mesi per un percorso vincente», fa venire a galla il perché di una faticosa mediazione, di un venire a Canossa del segretario, che ha dovuto ingoiare il rospo di una nuova stagione plurale del Carroccio, accettando che la sua linea sovranista, nazionalista, venga temperata da quella «popolare, sociale e non di destra» di Massimo Garavaglia: il vero bisogno nascosto del segretario di un partito scivolato verso il 5 per cento nei sondaggi è infatti ora quello di poter contare sulla candidatura del pezzo più pregiato della sua collezione e di altri campioni di preferenze.
Primo tra tutti, quel Doge capace di raccogliere 200 mila suffragi nelle urne, da sbandierare alle prossime elezioni per scongiurare il virus dell’irrilevanza che la concorrenza del generale Vannacci sta inoculando nel tessuto del Carroccio.
I cospiratori al potere
Peccato che Zaia e gli altri cavalieri del consenso (da Fugatti a Fontana, a Fedriga) siano i soci occulti della crociata per riportare la Lega alle origini: quelli che vogliono rimettere al centro «la questione settentrionale» e che ci sono in parte riusciti, visto che lo stesso Zaia si compiace di una delle mozioni approvate dal congresso all’unanimità, per strizzare l’occhio ai rivoltosi.
Ecco, è racchiusa in questa contraddizione, la cifra più significativa di queste assise: il bisogno di Salvini di aggrapparsi a quelli che lo hanno criticato per mesi, per non finire travolto dalle macerie se la Lega non si rialzerà nelle urne. Un’operazione a più facce, che tradisce un doppio gioco: quelli con il dito alzato per mesi sono arruolati nella stanza dei bottoni così da intestare anche a loro i processi decisionali. Va da sé che in primavera alle Politiche saranno chiamati a combattere ventre a terra per salvare la baracca: niente diserzioni insomma. Una sorta di do ut des, cui sarà difficile sottrarsi per Zaia, che ha fiutato la trappola e prova a smarcarsi per vederci chiaro.
Le sirene dei Ministeri
Sullo sfondo non c'è solo la quota di candidature nelle liste che da oggi spetta alla minoranza sconfitta ma forte nei numeri: si intravedono infatti pure le poltrone ministeriali in un futuro governo. E ciò che può garbare a Giorgia Meloni, l’innesto di forze in grado di mettere le mani nella macchina amministrativa, difficile possa garbare ad un Salvini geloso della propria supremazia nella Lega.
Sarà dunque interessante vedere se nella segreteria federale di nuovo conio saranno cooptati i governatori uscenti, rimasti non a caso nelle retrovie di questa battaglia politica interna, tutti in odore di futuri incarichi governativi: non sarebbe una sorpresa vedere seduti al tavolo ovale di un eventuale Meloni bis, non solo l’ex presidente veneto, ma anche quello in scadenza del Fvg (pure se Salvini ha messo tra le priorità il terzo mandato per i governatori regionali).
Così come altre figure di peso come il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Il quale peccando per una volta di avventatezza, è sbottato dal palco rivolto ai leghisti meridionali, perché «se al Sud sono contenti di prendere un otto per cento, a Bergamo dove erano abituati a prendere il 50 per cento, si incazzano e si capisce». Tanto per far capire come benedica l’operazione Garavaglia per cambiare rotta.
Da ieri è comunque chiaro a tutti che la Lega è un partito a gestione collegiale e che i dissidenti volenti o nolenti, dovranno assumersi quando sarà la responsabilità di un flop elettorale: per questo il duro Claudio Durigon sfida Zaia «a metterci la faccia». E per lo stesso motivo l’interessato ha reagito cauto: «Vedremo se ci saranno i presupposti, non mettiamo il carro avanti ai buoi...».
La corrente del 30%
Salvini sa perfettamente che a una fronda forte di un buon 30 e passa per cento di consensi spetterà una larga fetta della torta delle candidature: «Salvini vince ma perde», è uno dei titoli che prevede di leggere oggi sui giornali e la sintesi è pertinente: lui accetta di essere “commissariato”, ma i ribelli devono sentirsi imbrigliati. E se per sedare il terrore, promette che non ci saranno rappresaglie, in cambio non vuol sentir volare una mosca fino alle elezioni. Tutte le camicie verdi capiscono l’antifona: la battaglia per un posto al sole nelle liste lascerà sul campo morti e feriti.
Ma chissà cosa direbbe l’Umberto, quello dei “panni si lavano in casa”, ispiratore dello slogan «né neri, né rossi, ma liberi con Bossi», a vedere la sua creatura con il volto della vecchia Democrazia Cristiana, spaccata in correnti, con dieci mozioni approvate, un dibattito infuocato e un segretario dimidiato. Un nuovo corso ben espresso nel simbolo privo del nome di Salvini e con lo slogan Italia Federale, come quello vergato dal senatùr nel 1994, un vero ritorno alle origini.
Salvini paga dunque cara la pax interna: da ieri la Lega non è più il suo partito personale, ma un movimento gravato da una corrente di minoranza guidata dal lombardo Massimo Garavaglia, battuto ai voti, ma combattivo e ben piantato sulle gambe. Sceso nell’agone per una Lega non di destra, popolare e non populista, divisa in tre - nord, centro e sud - e con un segretario che fa la sintesi. Una linea che assorbe le istanze dei nordisti, lumbard e veneti, che hanno costretto il Capitano a venire a patti. Se poi ciò potrà risollevare il Carroccio, sarà tutto da vedere.
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