Lega, resa dei conti dopo il congresso: Romeo rischia la sfiducia, il friulano Dreosto tra i favoriti per sostituirlo

Tensioni tra i nordisti e l'ipotesi di congelamento per l'Associazione del Nord: le mosse di Durigon e le prime crepe tra i parlamentari

Laura Berlinghieri

Nordisti lombardi irritati con i nordisti veneti. Senatori della Lega contro il capogruppo. Quasi a far rimpiangere il vecchio copione dei salviniani contro i dissidenti. Perché da domenica pomeriggio, negli equilibri del Carroccio, è cambiato tutto. Niente più affacci nelle assemblee pubbliche, nei comizi o nei social per le lagnanze collettive. Non dopo il congresso che ha sancito la permanenza di Salvini al vertice della Lega per altri quattro anni; anche se sono in pochi a pensare che il segretario porterà a termine il mandato, preferendo piuttosto guidare la fase di transizione.

La sfiducia a Romeo

Succede così che, tra i cellulari dei senatori leghisti, spunti una chat dal nome eloquente: Senatori giusti. Messaggi al vetriolo contro l’attuale capogruppo, reo di essersi ribellato al partito di governo, propedeutici a quella che dovrebbe essere la mossa successiva: la raccolta firme per sfiduciarlo. Costringendolo al passo indietro dall’incarico di numero uno del gruppo a palazzo Madama. Mentre al depotenziamento del suo altro ruolo, quello di segretario della Lega lombarda, ci ha pensato il Capitano in persona, istituendo la figura del coordinatore della segreteria politica – primus inter pares tra i segretari regionali – che, visto da Milano, ha tutto il sapore del commissariamento.

A proposito, detto della ritrosia di Zaia – da sempre allergico ai ruoli di partito, in questo caso avrebbe subordinato la sua disponibilità non solo alla previsione di un incarico di vertice, ma anche alla lettura dei nomi di chi lo affiancherà – l’alternativa più accreditata risponde al nome di Claudio Durigon, tra i protagonisti del recente congresso. In pole come frontman di una segreteria per la quale circolano i nomi di Alberto Di Rubba, Luca Toccalini, Andrea Crippa, Andrea Paganella e Silvia Sardone, oltre che dei sindaci Alessandro Canelli (Novara) e Alan Fabbri (Ferrara). Ma Salvini vorrebbe coinvolgere lo stesso Massimo Garavaglia, sfidante uscito a testa alta benché sconfitto. Mentre a godere di un certo vantaggio nella successione di Romeo a palazzo Madama è Marco Dreosto, di Spilimbergo. Pure la sua, tra le voci più riconoscibili dell’adunata di sabato e domenica; più riconoscibili e più critiche nei confronti dello stesso Romeo. Accreditato tra i favoriti ad assumerne l’eredità – ma le ipotesi Claudio Borghi e Andrea Paganella non sono ancora tramontate – per il momento smentisce l’esistenza di una qualsiasi discussione sul punto.

Il fu asse del Nord

Mentre l’altro friulgiuliano celebre, il governatore Massimiliano Fedriga, pubblicamente festeggia la vittoria di Salvini: «La Lega ha fatto il suo percorso nel più grande momento democratico per un partito: il congresso. Complimenti a Garavaglia per il risultato e a Salvini, che ha avuto un’importante conferma».

Ma dietro le quinte si parla di scisma del Nord. Perché, al netto della mozione nordista approvata – dalle tante paternità: dei dissidenti, dei salviniani – l’unico dato inoppugnabile emerso dal congresso consiste nella conferma (netta) del segretario uscente. Riuscito peraltro ad allungare la sua permanenza alla guida del partito, blindando il ruolo di kingmaker nella compilazione delle liste per le politiche.

Da Nordest si accusano i lombardi di movimentismo, accompagnato da un’assenza di strategia. Mentre l’accusa rivolta a Zaia e Fedriga è opposta: un attendismo esasperato, difficile da conciliare con la voglia di cambiare tutto, soprattutto alla luce di sondaggi preoccupanti.

A farne le spese, oltre a Romeo, potrebbe essere l’ormai celebre Associazione del Nord: progetto per il momento messo nel congelatore. Ma, a proposito delle voci sui dissidenti, c’è persino chi parla di un fantomatico accordo tra Salvini e l’ex governatore veneto, con la disponibilità di quest’ultimo ad accettare un incarico politico, in cambio della candidatura a Roma, possibilmente accompagnata da un incarico di peso. Si parla di un ministero o della presidenza di una Camera; ma molto dipenderà dal consenso che la Lega riuscirà effettivamente a ottenere alle urne.

Le fughe dalla Lega

Ma intanto il partito inizia a perdere pezzi. La prima ad andarsene è stata Simonetta Matone, passata a Forza Italia, «contraria alle derive sovraniste» del partito. In Veneto si guarda con curiosità alla consigliera Rosanna Conte, che, firmato per Garavaglia, strizza l’occhio a Vannacci: «La vittoria di Salvini era scontata ma un congresso ha bisogno di un confronto. E un partito che vuole aumentare i consensi non deve chiudersi in un bunker, ma ascoltare gli iscritti», la stilettata prima di concedere: «Strade alternative alla Lega? Presto per dirlo». Mentre la Lega la sua strada l’ha individuata.

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