La doppia strategia di Meloni: nessuna intesa con Vannacci ma Salvini apra ai governatori
La premier pronta al voto a gennaio se la legge elettorale dovesse affondare: non crede che il leader leghista possa reggere senza i big del Nord in segreteria

«Con Vannacci non faremo nessuna intesa e giocheremo la campagna elettorale sul “voto utile”: se riusciremo a portarci dietro i suoi elettori (che in gran parte sono dei nostri) bene, altrimenti vinceranno gli altri. La scommessa è questa». Parola di Generale. Di un graduato dell’esercito meloniano, che del suo omologo, capo di FN, non nutre grande opinione, anzi. Come del resto molti del circolo di Giorgia. Tutti pronti a un duello all’arma bianca, ad una guerra di trincea che finirà il giorno del voto, perché «il redde rationem con Vannacci sarà nelle urne».
Le tre variabili
Tre variabili e una costante: nella strategia messa a punto da Giorgia Meloni con i suoi Fratelli, sono tre gli sbocchi possibili, con un punto fermo alla base. A raccontarli – sotto garanzia di anonimato - è uno dei massimi esponenti del partito della premier, sempre presente nelle stanze dove si fanno e disfano i giochi di potere.
La prima variabile è la sorte della legge elettorale, sulla quale la premier porrà la questione di fiducia a fine settembre: se alla Camera verrà affossata nel voto finale a scrutinio segreto dai “franchi tiratori”, terrorizzati dal doversi cercare i consensi con le pseudo preferenze introdotte, la maggioranza di governo esploderà, Meloni dichiarerà conclusa la legislatura e si voterà a fine gennaio. Quando ancora i peones di prima nomina non avranno maturato il diritto a mille euro al mese di vitalizio. Un chiaro avviso ai naviganti a scegliere il male minore.
L’arma del “voto utile”
Superata la prima, ecco le altre due variabili: o il centrodestra alle politiche (in primavera) strapperà una vittoria brandendo l’arma del “voto utile” a Giorgia contro l’ex parà amico dei russi, lanciando un richiamo della foresta contro gli odiati comunisti; oppure la destra di governo incasserà una sconfitta e l’ ascesa al potere delle sinistre: che nella mente della premier, sono condannate a implodere entro un anno dal voto.
Vero che il leader di Futuro Nazionale pesca un terzo dei consensi nell’astensione, quindi tra i delusi e gli arrabbiati, ma i Fratelli non possono scendere a patti con Fn, pena una perdita di credibilità in Europa sul sostegno all’Ucraina; e una figuraccia in casa, perché «noi ci abbiamo messo 40 anni per evolverci dalla destra post-fascista del “me ne frego” e ora non possiamo tornare indietro».
La costante di questi ragionamenti comunque è che con Vannacci non ci possa essere nessuna intesa, a maggior ragione in caso di sconfitta contro le sinistre per causa sua. Per una imperdonabile dispersione dei voti. Ma l’unico punto assodato, su cui poggiare ogni altra decisione, è che il “campo largo” pare destinato a superare il fatidico 42 per cento per ottenere il premio di maggioranza; quel premio di 105 parlamentari previsto dalla nuova legge elettorale, che mette ogni coalizione al riparo da incursioni in Parlamento. A meno di diserzioni oggi impreviste, le sigle della sinistra messe insieme, pur senza Calenda, sono date ben oltre il 43 per cento in tutti i sondaggi.
Scippare la metà dei voti
Mentre stando ai numeri che spuntano nei sondaggi, ultimo quello di Masia, ma anche di Noto e gli altri, Meloni per vincere dovrebbe scippare la metà di quel 7,5 per cento assegnato al generale dalle intenzioni di voto. Per carità, intenzioni magari effimere, poiché da qui alle urne passerà un anno, tempo infinito in politica. Perfino lo spuntare di un terzo nome che batta Conte e Schlein alle primarie (leggi Silvia Salis), potrebbe stravolgere le previsioni. Così come un eventuale cambio al timone della Lega.
Carroccio allargato
Un allargamento del gruppo di comando del Carroccio infatti è un altro fattore dirimente per il futuro del centrodestra. Di più: è uno sviluppo segretamente auspicato nel giro stretto della premier, perché il ragionamento a bassa voce che si fa tra quattro mura è che i governatori si sono accorti come il prodotto-Salvini non tiri più. Ma per loro non è facile fare qualcosa. Molti a destra però sono convinti che Salvini non possa reggere senza l’appoggio dei pesi massimi del nord Italia, Zaia, Fedriga, Fontana e Fugatti: e che dovrà aprire le porte della segreteria del Carroccio, se pur obtorto collo. Anche perché una nuova Lega con un vertice rinnovato costituirebbe una novità politica e potrebbe risalire la china a beneficio di tutta la coalizione.
Il terzo scenario nascosto
Ma tra le pieghe, si nasconde un altro scenario che fluttua nei corridoi: quello per cui un eventuale affossamento alla Camera della sua legge elettorale con l’indicazione del premier, non sarebbe in fondo un dramma per Giorgia. Perché i tecnici le hanno fatto notare che votando con il sistema in vigore, il Rosatellum, una sconfitta sarebbe meno bruciante: il centrosinistra non riceverebbe in dote un premio di maggioranza e sarebbe più debole in Parlamento.
Da qui l’ipotesi suggestiva assai di un’azione di sabotaggio pilotata dall’alto di franchi tiratori a Montecitorio, quando le nuove regole del voto dovranno essere “bollinate” con il ricorso alla fiducia per il governo. Solo fantapolitica?
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