Se Schlein vince le primarie rischia di perdere il Pd
Dall’incognita Conte all’eventuale doppio incarico: la difficile alleanza con il Movimento 5 Stelle scatena le correnti dem e scompagina le manovre per il Colle

L’inedita alleanza elettorale con un alleato rognoso come il Movimento 5 stelle produce effetti collaterali da brivido mai subiti prima dal Partito Democratico. Quando si dice sacrificare una postazione protetta per conquistarne una più alta: Elly Schlein potrebbe infatti essere costretta a mollare la guida del suo partito se vincesse le elezioni come candidata premier.
Di sicuro lo saluterebbe se dovesse perdere le primarie contro Giuseppe Conte: verrebbe messa in croce e difficilmente avrebbe ancora la forza necessaria per combattere contro Meloni in campagna elettorale. E dovrebbe lasciare la sua carica a stretto giro: con immediato congresso straordinario per sostituirla.
Nodo del doppio incarico
Ma il risvolto più destabilizzante è un altro: anche se trionfasse nei gazebo, Elly rischierebbe lo stesso di dover mollare la segreteria. Non accetterebbe mai di farlo prima delle urne, per non indebolirsi, ma dopo potrebbe essere costretta a farlo. Per un semplice motivo: «Se la nostra segretaria diventa la candidata e poi premier di una coalizione di partiti diversi, può mai rimanere segretaria di uno solo di questi partiti? Se deve rappresentare tutti, dovrà risultare superpartes, o no?».
Sono questi gli interrogativi che si pongono nel Pd, specie quelli che non digeriscono la sua conduzione e vorrebbero un altro segretario: già pronti a cavalcare un pressing dei leader di 5stelle e Avs (che non a caso caldeggiano un federatore superpartes) per impedire a Elly di giocare due parti in commedia.
Un pensiero che deriva anche dalla differente postura con cui la sinistra, rispetto alla destra, si pone di fronte agli incarichi istituzionali, che siano la guida di palazzo Chigi o del Quirinale: basti vedere come Ignazio La Russa fa politica per FdI, pur essendo il vicario di Sergio Mattarella; e come interpretava in modo opposto analogo ruolo Giorgio Napolitano quando era presidente della Camera.
Per non dire quando da Capo dello Stato impedì a Pierluigi Bersani di tentare di formare un governo dopo il voto. Matteo Renzi non si pose il problema del doppio incarico poiché la sua coalizione era formata da piccole sigle come quella di Angelino Alfano, tutte felici di poter avere un ministero e posti di potere.
Si dirà: e Meloni allora? Ma un conto è comandare il centrodestra in quanto leader del partito più votato. Altra cosa è in virtù di un coinvolgimento di elettori dei partiti della coalizione, che si aspettano pari dignità ed una conduzione dei giochi il più possibile equidistante. Elly – come anche Conte se dovesse strappare lui la premiership – sarebbe costretta a mediare tra le istanze di alleati, senza poter far prevalere solo la linea del Pd.
Di sicuro prenderebbe molto male questa richiesta, al pari di una provocazione, ma il solo fatto che se ne parli rende il clima di diffidenza totale e il contrasto di interessi tra i futuri alleati.
La partita del Quirinale
Anche perché la lotta per la premiership del centrosinistra nasconde quella per la poltrona più ambita, il Quirinale, che verrà assegnata nel 2029: dopo che in Direzione Schlein ha opzionato per sé la carica di premier e ha escluso che a guidare il centrosinistra sia un federatore, tutti danno per scontato che il leader di M5s rivendicherà una prelazione per il trono del Quirinale, pena la caduta dell’alleanza di governo.
Si può capire quanto i pretendenti al Colle del Pd, ovvero i vari big che ruotano intorno alle mura del partito, siano decisi a fare campagna per Schlein alle primarie e non siano tentati invece di tifare segretamente per un successo di Conte.
Gazebo a marzo
Primarie che si terranno peraltro chissà quando: alla luce di quanto sabato il braccio destro di Schlein ha svelato a Repubblica (le primarie si terranno non prima di gennaio 2027), i maggiorenti del partito, fatti due calcoli hanno dedotto che tutto il percorso si concluderebbe non prima di marzo se non a luglio, perché Schlein vuole la festa di popolo dei gazebo a due mesi dalle elezioni.
Dunque si capisce bene quanto il Pd resterà per mesi una pentola in ebollizione. Non sorprende che questo psicodramma su poltrone e regole delle primarie (online, a turno unico o doppio, etc.) allontani gli elettori della sinistra, tanto da causare la discesa nei sondaggi del Pd fino alla nefasta “quota Letta”, del 20 per cento.
«La golden share delle primarie – ammettono i dem – sta nelle mani di Giorgia Meloni: se deciderà di andare alle urne tra un anno, ci terrà altri nove mesi senza candidato premier e a bagnomaria, tra annunci e smentite di patrimoniali, Renzi sì-Renzi no nel campo largo e il nodo delle armi all’Ucraina che inquina i pozzi dell’alleanza. Un vero supplizio».
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