Gentiloni: «Non è più tempo dell’Europa dei ventisette nani: serve un’Ue che sia potenza»

L’ex presidente del Consiglio presenta a Udine il suo ultimo libro: «La via è quella della federazione. E il diritto di veto va superato»

Marco Ballico
Paolo Gentiloni presenterà il suo ultimo libro oggi a Udine, giovedì a Bassano e venerdì a Padova
Paolo Gentiloni presenterà il suo ultimo libro oggi a Udine, giovedì a Bassano e venerdì a Padova

«Dobbiamo convincerci che è possibile, contemporaneamente, essere patrioti italiani e patrioti europei». Paolo Gentiloni richiama il recente discorso di Metz di Papa Leone nel sintetizzare il messaggio del suo ultimo libro Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea (Rizzoli).

L’ex presidente del Consiglio presenterà il volume sabato 3 ottobre alle 11 nella biblioteca scientifica e tecnologica dell’Università di Udine ai Rizzi e, la prossima settimana, giovedì 8 ottobre alle 18 alla libreria Palazzo Roberti di Bassano del Grappa e venerdì 9 ottobre alle 21 a Palazzo Moroni a Padova.

Gentiloni, perché oggi serve un’Europa “potenza”?

«Perché è quello che ci dice il mondo, per le minacce da cui l’Europa è circondata e per i problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente e che non si risolvono con l’Europa dei 27 nani, ma hanno bisogno di una Federazione europea e di un’Europa più forte».

Nel libro parla di una sovranità europea incompiuta. Che cosa manca?

«Negli ultimi trent’anni abbiamo costruito la moneta unica, una Banca centrale unica, la prevalenza del diritto europeo sulle giurisdizioni nazionali, abbiamo eliminato i confini tra i Paesi e introdotto una doppia identità di fatto nei nostri passaporti. Ma questa condivisione di sovranità deve completarsi almeno su tre piani: una politica economica comune, una difesa comune e un avanzamento istituzionale verso una federazione. Il primo passo è superare il diritto di veto e l’unanimità».

Il modello è quello degli Stati Uniti d’Europa?

«È l’orizzonte sin dai tempi di Ventotene e di Altiero Spinelli. Ma non sarà la replica identica del modello americano: nella Federazione europea gli Stati nazionali avranno un ruolo diverso e maggiore. Conta il percorso: superare l’unanimità nelle materie importanti e accettare che la Federazione debba nascere da un gruppo di Paesi che nella prima fase non coincida necessariamente con tutti e 27».

Quindi un’Europa a più velocità è inevitabile?

«Abbiamo visto che la strada dei piccolissimi passi a 27 è al di sotto di quello che sarebbe necessario. Molto dipenderà anche dal ciclo elettorale europeo che si apre il prossimo anno, quando voteranno oltre 200 milioni di europei. Far prevalere il punto di vista europeista è una premessa indispensabile».

Perché non basta l’Europa attuale?

«Non c’è uno dei grandi problemi di oggi che possa essere affrontato senza una scala europea: il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, la politica monetaria, l’inflazione, i flussi migratori. Restare con questa unione incompiuta ci lascia indifesi di fronte all’aggressività di Putin, al disimpegno americano e all’invadenza dei giganti digitali. Solo un’Europa potenza può aspirare a essere all’altezza della sfida».

Con Trump l’alleanza transatlantica è finita o semplicemente in pausa?

«Né questo né quello, ma le cose sono effettivamente cambiate. Trump disconosce e vuole distruggere l’ordine mondiale, comprese le alleanze militari degli ultimi 70-80 anni. Ma anche un futuro presidente democratico o un repubblicano più tradizionalista non riporterebbe le lancette all’inizio del secolo. La tendenza americana a un minore impegno in Europa resterà».

Una difesa europea sarebbe un deterrente nei confronti della Russia?

«Io parlo soprattutto di difesa comune. Da 80 anni noi europei siamo in pace, ma ci siamo combattuti per secoli. Una difesa europea è difensiva per sua natura ed è più che sufficiente come deterrente nei confronti di chiunque voglia minacciare i nostri valori e i nostri sistemi democratici».

Nel libro propone un “reset” nei rapporti con Pechino. Su quale base?

«Il Canada aveva rapporti pessimi con la Cina ma ha scelto di sedersi al tavolo negoziale, individuando i settori da proteggere senza alzare barriere generalizzate. L’Europa dovrebbe chiarire quali settori vuole proteggere con barriere tariffarie anche più alte delle attuali e negoziare possibili investimenti cinesi in Europa e intese sulle terre rare».

Sul clima l’Europa ha fallito?

«No. È stata ed è leader mondiale nella transizione climatica. Con il 6% della popolazione, l’Unione europea ha il 6% delle emissioni. Le responsabilità vengono scaricate sull’Europa, mentre sono di singoli Paesi».

Come si parla, anche in Italia, a un’opinione pubblica tentata dal sovranismo?

«I cittadini europei, nella maggioranza, non sono ostili all’Unione e sono consapevoli dei vantaggi dell’appartenenza. Bisogna lavorare su questo, non soltanto ricordando che senza l’Ue le condizioni dell’Italia sarebbero drammatiche: basti pensare alla tenuta che avrebbe potuto avere la lira, o alla capacità di reagire da soli all’emergenza Covid. Bisogna ragionare in positivo su un’appartenenza comune all’Europa, sui valori, le tradizioni e i contenuti dell’essere europei. Senza smettere di amare l’Italia».

 

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