Il piano di Salvini per la pace nella Lega: Fedriga segretario e Zaia in Parlamento

Il Capitano presenterà una road map che assicura la sua permanenza al vertice sino e non oltre il voto del 2027. Resta la disponibilità ad allargare la cabina di regìa con l’ingresso di un vice vicario indicato dai nordisti 

Filippo Tosatto
Matteo Salvini, Massimiliano Fedriga, Luca Zaia e Attilio Fontana
Matteo Salvini, Massimiliano Fedriga, Luca Zaia e Attilio Fontana

Una trattativa senza esclusione di colpi. Per disinnescare i conflitti che lacerano la Lega e restituire uno scampolo di fiducia a elettori e militanti. Per reagire ai sondaggi infausti che relegano il partito a percentuali sempre più imbarazzanti. Per salvaguardare il destino politico dei leader e arginare i rischi di tracollo della coalizione di centrodestra, minacciata dal boom futurista. È il percorso tracciato da Matteo Salvini: stretto tra l’incudine dei pretoriani oltranzisti e il martello della protesta settentrionale, il segretario e vicepremier prova ad esplorare una terza via, nel segno del compromesso realista e delle reciproche concessioni.

Punto di partenza, il “contatto” con il presidente lombardo Attilio Fontana, sorta di portavoce della fronda; non la fugace stretta di mano al Caffé della Versiliana ma un confronto approfondito, utile, nei propositi almeno, a sciogliere le tensioni interne: “Avverrà a giorni” , profetizza il capogruppo dei senatori, Massimiliano Romeo, e investirà “la linea di governo e il programma di rinnovamento” con lo sguardo rivolto al raduno di Pontida.

Decriptato dal politichese: spalleggiato com’è dal consiglio federale (l’organismo sovrano di via Bellerio), Salvini esclude “passi di lato” e dubita che gli avversari si spingeranno alla scissione, reputando la nascente “aggregazione federalista e liberale” nulla più che un diversivo. Premesse scoraggianti, si direbbe.

La road map di via Bellerio

Ma ecco il coniglio padano dal cilindro: ai critici (richiamati al lealismo in vista del 20 settembre), il Capitano presenterà una road map articolata in tre mosse. La sua permanenza al vertice sino e non oltre il voto del 2027; la disponibilità ad allargare la cabina di regìa con l’ingresso di un vice vicario indicato dai nordisti; l’impegno a cedere il testimone nel congresso straordinario convocato entro il prossimo anno.

Non è tutto. Ai presidenti verrebbe prospettato un futuro coerente con le rispettive aspirazioni. La nomina al Consiglio superiore della magistratura per l’avvocato di lungo corso Fontana, prossimo alla conclusione dell’esperienza al Pirellone.

La successione alla segreteria (magari rimodulata su scadenza biennale) ventilata a Massimiliano Fedriga, il governatore del Friuli Venezia Giulia, apprezzato per equilibrio e capacità, abile a districarsi in un mood regionale a maggioranza salviniana.

L’inclusione di Luca Zaia nel processo decisionale nazionale, con la promessa di una poltrona di prestigio (leggi presidenza della Camera) in caso di vittoria alle urne. Lo “strenuo” sostegno parlamentare al trentino Maurizio Fugatti, ingolosito da un terzo mandato legislativo.

Fin qui il Capitano, per nulla disposto a cedere il passo e intenzionato a riservarsi l’ultima parola sulla formazione delle liste: per tutelare i fedelissimi (una ventina) dalle insidie di un turno elettorale che si annuncia proibitivo a larga parte dei cento parlamentari uscenti; per mantenere – grazie agli eletti – il profilo sovranista e conservatore impresso al leghismo.

Carroccio irriformabile

Disegni tutt’altro che ignoti ai frondisti, persuasi ormai che il Carroccio secondo Matteo sia irriformabile. Al riguardo, l’allusione corre ai vistosi e ripetuti errori di valutazione (caso Vannacci, in primis), ai continui cambi di rotta, alla smarrita credibilità del progetto, tale da invalidare l’intera offerta politica.

Soprattutto, con l’eccezione significativa del veneto Alberto Stefani, gli esponenti del Nord lamentano la rinuncia ai valori fondanti del movimento – autonomia, questione settentrionale, riformismo interclassista, sindacato del territorio – oscurati dalla caotica rincorsa alla destra populista, rivelatasi perdente. Critiche condivise, pur sottovoce, dal rappresentante più elevato nella delegazione di governo, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti.

E Zaia? Silente sull’argomento, ha già declinato l’incarico di vice e a tutt’oggi “resiste” alle pressioni amiche, che lo vorrebbero frontman nella sfida congressuale. Di certo, non si sottrarrà alla sfida delle politiche: a fronte di un consenso in caduta libera (BiDimedia accredita il 4,8%) diventa vitale la discesa in campo delle figure più popolari e il Doge, con le 203 mila preferenze raccolte alle regionali, ha già esibito la capacità di capovolgere i pronostici. Sarà della partita, in sintonia con i soci: chi mira ad incrinare l’alleanza, è il refrain che corre tra Venezia e Milano, resterà amaramente deluso.

Riproduzione riservata © il Nord Est