Il Rosatellum in soffitta, Rosato: «Non lo rimpiangeremo»
Il “papà” della legge elettorale e vicesegretario di Azione: «Serviva il proporzionale puro. Ora quello che mi inquieta è il bipolarismo degli estremi»

Il Rosatellum sta per andare in pensione. Ma il suo “papà” non fa drammi. Otto anni e otto mesi dopo aver dato il nome alla legge elettorale che ha accompagnato due elezioni politiche, Ettore Rosato osserva senza nostalgia il cantiere aperto a Montecitorio. «Non è la scomparsa di qualcosa che mi cita a preoccuparmi», sorride. Quello che «inquieta», invece è «il bipolarismo degli estremi». Ritornando al 2017, l’anno in cui il Rosatellum mandò in pensione il Porcellum, il vicesegretario di Azione difende il metodo di lavoro – l’unica legge elettorale, rivendica, costruita insieme da maggioranza e opposizione – ma non ne fa un monumento.
Onorevole, stanno smontando la legge che porta il suo nome. Che effetto le fa?
«Nessuno in particolare. Non è una questione personale. Se si voleva cambiare legge elettorale, bisognava farlo con l’obiettivo di affrontare le vere criticità della politica italiana. Per questo ritengo che l’unica riforma davvero coerente sarebbe stata un proporzionale puro».
Riuscirà quindi a dormire quando il Rosatellum sarà il passato?
«Escludo problemi. Ammesso che il Rosatellum venga davvero superato: manca ancora il Senato».
Cosa resta ai titoli di coda?
«Una legge che entrerà nella storia della Repubblica. È l’unica approvata con un accordo ampio tra maggioranza e opposizione, non è mai stata toccata da sentenze della Corte costituzionale e ha dimostrato di poter garantire una maggioranza parlamentare stabile. Questo governo sta in piedi perché è nato attorno a una legge elettorale che ha trasformato i voti in seggi».
Nella legislatura precedente non era andata così. Perché?
«Perché mancava una stabilità politica. Erano tempi di “Papeete”. Se il quadro politico è frammentato nessuna legge elettorale fa miracoli».
Nel 2017 la definì «la miglior legge possibile».
«Sì, nel contesto di allora. Soprattutto perché riuscì a mettere insieme forze molto diverse. E, come vediamo ancora oggi, non è affatto scontato».
Disse anche che quella legge avrebbe ricostruito il rapporto tra eletti ed elettori. È successo?
«No. Ma quel problema è molto più profondo di una legge elettorale. Riguarda il funzionamento dei partiti, il pluralismo interno, la selezione della classe dirigente. La prima cosa che manca sono le regole per i partiti».
Serve una legge apposita?
«Servirebbe finalmente attuare l’articolo 49 della Costituzione, che aspetta da decenni».
Qual è l’accusa più ingiusta che è stata rivolta al Rosatellum?
«Che fosse una legge imposta da una parte politica. È semplicemente falso».
C’è qualcosa di quel testo che rimpiangeremo?
«Direi proprio nulla. Gli italiani non si innamorano delle leggi elettorali, e fanno bene. Le leggi elettorali sono strumenti, non bandiere. Del calcio non piacciono le regole, piacciono le buone partite».
All’epoca lei era capogruppo del Pd alla Camera. Cos’è cambiato da allora?
«Era un Pd con 314 deputati che approvava il Jobs Act e faceva le riforme costituzionali. Oggi il Pd raccoglie le firme per abolire il Jobs Act: è il racconto del tutto. La politica vive ormai di slogan e promesse impossibili. È la deriva che mi preoccupa: gli estremismi rendono sempre più difficile spiegare e realizzare riforme serie».
È rassegnato?
«Tutt’altro. È per questo che lavoriamo a un’alternativa».
Il terzo polo ci ha già provato. Perché dovrebbe andare diversamente?
«Perché il contesto, anche internazionale, è completamente cambiato. Serve una forza che impedisca ai due schieramenti di conquistare da soli la maggioranza, tagli fuori i populisti e contribuisca a costruire un governo con europeisti e riformisti di entrambi i poli».
Della nuova legge elettorale salva qualcosa?
«Riconosco ai relatori di aver corretto alcuni aspetti. Mi dispiace che le opposizioni abbiano preferito non sedersi al tavolo per provare a migliorarla».
Perché era contrario all’emendamento sulle preferenze?
«Perché eliminava le garanzie sulla rappresentanza di genere. Invotabile».
La bocciatura di quella proposta dice qualcosa sulla tenuta della maggioranza?
«Giorgia Meloni ci ha messo la faccia, anche quando è andata sotto. Non è in difficoltà su questo. Lo è per le mancate soluzioni su sanità, imprese, salari che non crescono».
Quando voteremo?
«Ragionevolmente bisognerebbe andare a votare nella primavera 2027 per garantire il ritorno a elezioni in tempi ordinari. Ma non escludo si attenda ottobre del prossimo anno».
Riproduzione riservata © il Nord Est








