Meloni tira il fiato e prepara l’avvicinamento al Generale: ma Forza Italia e Lega sono in trincea
La legge elettorale spinge alle aggregazioni: posti sicuri per i vannacciani. Ora i Fratelli scommettono sulle politiche anticipate a fine marzo o ai primi di aprile

Il giorno del giudizio la premier lo passa con gli occhi incollati al monitor che trasmette la diretta dall’aula di Montecitorio e quando sul tabellone elettronico si accende il numero magico dei 217 Sì, Giorgia Meloni sgrana un sorriso. «È andata!». E per come si erano messe le cose non era così scontato.
I segnali
Da oggi Giorgia può guardare avanti e il personaggio a cui sembra riservare la sua attenzione è proprio il comandante della “Sporca dozzina”, a capo di Futuro Nazionale. La formazione senza la quale, come certifica You Trend, la destra perde di sicuro. A lui dovrà pagare moneta politica per aspirare a vincere e il primo obolo lo ha già versato senza pensarci troppo. «Hai tradito i tuoi alleati per inseguire Vannacci», la stana Elly Schlein nella sua arringa prima del via libera finale alla legge elettorale: rinfacciandole di aver staccato il suo destino da quello di Lega e Forza Italia ordinando di votare mercoledì la proposta di Vannacci per far scegliere gli eletti al popolo.
Per non dire della raccolta di firme di tutto il centrodestra per la grazia a Mario Roggero, condannato per aver ucciso due rapinatori fuori dal suo negozio. Un altro segnale a Vannacci, colto a dovere nell’emiciclo stracolmo per l’occasione. E colto anche dalle opposizioni, che temono un accordo tra Giorgia e il Generale che potrebbe far perdere il “campo largo”: costretto quindi ad attrezzarsi per tempo. «Questa legge spinge il sistema a sbilanciarsi sulle ali estreme, loro faranno un accordo con Vannacci e finirà che noi lo faremo con Calenda», prevede l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Ma che ciò piaccia a Lega e Forza Italia è da vedere.
La rabbia del Carroccio
Lo sguardo torvo e il passo lesto del piemontese Riccardo Molinari che scarta via dall’aula appena sul tabellone hanno vinto i sì (outfit inusuale per un capogruppo, camicia e jeans scoloriti, niente cravatta) esprime infatti meglio di tante parole quanto poco la Lega del nord festeggi la morte della vecchia legge elettorale: quella che aveva le amate sfide nei collegi, dove i soldati del carroccio sbancavano i concorrenti. E quindi acquista una luce la denuncia della sinistra di «un baratto tra Fdi e Lega, visto che il Senato ha votato oggi le intese sull’Autonomia differenziata che spacca l’Italia».
Fa specie anche il volto mesto di un Giancarlo Giorgetti chino a lavorare dal suo cellulare, seduto sui banchi del governo in un’aula all’inizio semivuota, come uno scolaretto indisciplinato richiamato dalla maestra per non aver votato l’altra sera le preferenze. E come brillano invece di gioia gli occhi di Giovanni Donzelli, ringalluzzito dalla vittoria, che sorride ai cronisti in Transatlantico, dopo averla scampata grossa: perché un “no” dell’aula della Camera alla legge di Giorgia avrebbe portato dritti e perdenti alle urne.
Urne a marzo
E invece ora i Fratelli scommettono sulle politiche anticipate a fine marzo o ai primi di aprile - la pensione per i neo eletti sarebbe salva perché l’insediamento delle nuove camere avverrebbe 20 giorni dopo - se non addirittura sulla fine ordinata della legislatura fino a settembre 2027. «Lo “stabilucum” rafforza il voto a scadenza naturale, visto che il giorno stesso si sa chi ha vinto e il giorno dopo si può varare un governo senza perdere tre mesi mettendo a rischio i conti», fa notare Donzelli.
Morte le preferenze
Segno che da giovedì Giorgia ha recuperato le forze, il via libera alla “sua” legge di un ramo del Parlamento le dà respiro, tanto che il suo scudiero si spinge a dire che «bisogna fare una riflessione per decidere se riproporre le preferenze in Senato dove non c’è il voto segreto».
Che riflessione? «Beh è chiaro che alcuni dei nostri non le hanno votate e vogliamo capire se sia stato un inciampo, per essere sicuri che non riaccada». In realtà è un’ipotesi del terzo tipo: «Dopo il Senato – ragiona chi sa i regolamenti – la legge tornerebbe sotto la scure del voto segreto alla Camera e se nel testo ci fossero le preferenze verrebbe bocciata in blocco e addio governo».
Infatti, a dimostrazione che la campagna elettorale è avviata è l’urlo di battaglia dello stesso Donzelli nella dichiarazione di voto per conto del partito: «Lo dico al Pd: state tranquilli, per questa volta non avrete le preferenze!». Dando così la colpa agli ipocriti della sinistra di aver negato ai cittadini la possibilità di scegliere gli eletti. Antipasto della campagna per le politiche in cui l’Italia è precipitata da oggi. Basta sentire il capo dei 5stelle, che conia la battuta del giorno «non vi permetteremo di sostituire il Colle con Colle Oppio! Vi impediremo di prendere il potere!», avverte Giuseppe Conte.
La spinta ad aggregarsi
Ma è Elly Schlein a denunciare il corteggiamento di Meloni al generale che impensierisce la sinistra. «Ormai è chiaro che Meloni farà l’accordo con Vannacci, ve lo firmo nero su bianco», scommette Guerini, senza gioire per un nuovo sistema che spinge le forze minori ad aggregarsi e a ricattare i grandi. «Perché quando si vince per un voto in più, quel voto conta molto».
Lo spiega bene il bersaniano Nico Stumpo descrivendo «questo nuovo sistema finto proporzionale, che è un maggioritario a collegio unico nazionale con tutti i candidati decisi dai leader, anche i tre piazzati dietro i capilista». Ergo, Giorgia sarà costretta a dare parecchi posti sicuri al generale, per arruorarlo. Ma è la politica, bellezza.
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