Fine vita, Roberto Frigo: «Sono manovre politiche che ci negano la dignità»

Il padovano Roberto Frigo, 67 anni, affetto da una rara forma di tumore cerebrale, racconta i due dinieghi alla richiesta di suicidio medicalmente assistito e critica lo stallo politico sul fine vita: «La dignità passa anche dall'autonomia»

Laura Berlinghieri
Roberto Frigo
Roberto Frigo

Quella di Roberto Frigo è una storia diversa. Sessantasette anni, da venti affetto da una rara forma di tumore cerebrale. Una prima richiesta di accedere al suicidio medicalmente assistito e un primo rifiuto. Poi il ricorso e un secondo rifiuto. Perché Roberto – padovano, pittore e scrittore: il suo ultimo libro di racconti, In un’arida primavera, ha un paio di mesi di vita – non è attaccato a un macchinario di sostegno vitale. E quindi, nonostante la sofferenza e l’autonomia che è un filo sempre più sottile, non ha il diritto di dire basta.

Eppure il Veneto ha provato a fare qualcosa. Ma la politica si è messa di traverso e il Cdm ha impugnato la legge regionale. Cosa pensa dell’ingerenza dei partiti in questioni tanto intime?

«Un’operazione che probabilmente è stata decisa come merce di scambio all’interno della maggioranza. Una maggioranza fragile, nella quale convivono posizioni contrastanti riguardo ad alcuni temi. Possibile che Meloni, per ottenere qualcosa in un altro ambito, abbia deciso di impugnare la legge veneta».

Questo, mentre in Parlamento il disegno di legge nazionale sullo stesso tema continua a giacere in commissione. Perché, secondo lei?

«È evidente che non ci sia la volontà di arrivare a una legge nazionale. La maggioranza è sostanzialmente contraria al suicidio medicalmente assistito, e quindi non fa altro che ostacolare l’emanazione di una legge, che avrebbe il pregio di rendere eguali per tutti gli italiani le condizioni di accesso a questa pratica. Quello che, a macchia di leopardo, stanno facendo le singole Regioni è lodevole, ma è inevitabile che le leggi finali siano tutte diverse. E l’esito è una difformità di trattamento a seconda della regione di residenza».

Nel mondo cattolico esistono posizioni oltranziste, ma ormai il favore al fine vita, nella società, sembra prevalere tanto a sinistra quanto a destra. Possibile che la politica sia sempre un passo indietro?

«Secondo le statistiche, oltre il 70% degli italiani è a favore del fine vita. E dentro questo 70% ci sono elettori di destra e di sinistra, cattolici e atei. Quindi, sì, anche dal mero punto di vista politico trovo del tutto inspiegabile andare contro la volontà di una maggioranza così ampia della popolazione».

Lei il fine vita lo ha chiesto, ma le è stato negato.

«Perché non possiedo uno dei requisiti, quantomeno in una misura che venga considerata adeguata. Io ormai non sono più in grado di camminare normalmente: ho bisogno di un bastone, quando va bene, oppure di un deambulatore, perché ho perso equilibrio e armonia nei movimenti. Però non ho bisogno di badanti, né della respirazione assistita».

Richiesta invece dalla Corte costituzionale.

«Ma secondo me è sbagliato. Perché una persona malata deve essere lasciata libera di andarsene prima che perda l’autonomia. Perché è l’autonomia a dare dignità a una persona. E io non posso immaginarmi privo di autonomia – ancor più di ora – e quindi di dignità».

E con una legge nazionale?

«Se uscirà una legge da questa maggioranza, sono certo che renderà ancora l’accesso al fine vita più difficile di quanto già non lo sia ora. C’è un progetto di legge pronto, firmato dall’associazione Coscioni: io spero che sia questo il testo futuro».

Lei cosa farà?

«L’associazione sta considerando la possibilità di fare un nuovo ricorso, ma io sono molto scettico. La mia impressione è che l’azienda sanitaria di Padova sia politicamente contraria al fine vita, altrimenti non si spiegano i suoi continui dinieghi, mentre a Treviso è stata accolta la domanda di una donna che versava nelle mie stesse condizioni».

Se dovesse riprovarci e ricevere un altro diniego?

«Io in questi anni ho continuato a scrivere. Ho appena pubblicato un libro con 34 racconti che ho scritto tra il 2022 e il 2026, quasi nessuno autobiografico. Ma se in futuro non dovessi più vedere alcuna ragione per continuare la mia battaglia, allora andrò a morire in Svizzera. Dove mi hanno già detto di sì». ​​​​​​

 

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