Referendum Giustizia, Benedetto (Fondazione Einaudi): «Non è un voto politico»

Il presidente invita a sostenere le modifiche introdotte: «Distinguere giudici e pm creando percorsi autonomi di selezione e carriera»

Marco Ballico
Giuseppe Benedetto
Giuseppe Benedetto

«Votare Sì significa completare una riforma di civiltà: dare al cittadino un giudice davvero terzo, fino in fondo». La sintesi di Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, anticipa i contenuti del dibattito “Trieste per il Sì”, in programma domenica alle 15, nella sede della Fondazione a Trieste, in viale Miramare 23. All’incontro interverranno, con Benedetto, l’avvocato Andrea Bitetto, la presidente della Camera penale di Trieste Sabina Della Putta e il vicesegretario di Azione Ettore Rosato. Modererà la giornalista del Piccolo Valeria Pace.

Perché votare Sì alla riforma della giustizia?

«Perché è il completamento di un percorso iniziato nel 1989 con l’introduzione del rito accusatorio e del nuovo codice di procedura penale voluto dall’allora ministro Giuliano Vassalli e proseguito nel 1999 con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione che ha introdotto il principio del giudice terzo».

Cosa mancava?

«Se accusa e difesa non sono su un piano realmente distinto, quel principio resta incompiuto. Mancava dunque la distinzione strutturale tra giudici e pubblici ministeri, con due Csm, un’Alta Corte disciplinare e percorsi autonomi di selezione e carriera».

E chi sostiene che la separazione c’era già?

«È un equivoco grave. La separazione delle funzioni non coincide con la separazione delle carriere. La prima riguarda il passaggio da un ruolo all’altro, la seconda l’assetto ordinamentale complessivo. Sono piani diversi. Confonderli elude il merito della riforma».

La riforma la convince in ogni suo aspetto?

«All’inizio avevamo qualche perplessità sul sorteggio per la composizione del Csm. Oggi è forse il punto che ci convince di più. Il Csm non è un organo di rappresentanza politica, ma di alta amministrazione. Se un magistrato può decidere sulla libertà di una persona, è certamente in grado di assumersi la responsabilità di valutare un collega. Il sorteggio, in questo contesto, è coerente».

Perché un impegno così forte della Fondazione?

«Una Fondazione liberale fondata sul garantismo non può non battersi per i diritti inalienabili del cittadino. Quando una persona entra in un’aula di giustizia deve sapere che chi la giudica non appartiene alla stessa carriera di chi la accusa. È una questione di serenità e di fiducia nel sistema».

Cosa cambierà per il cittadino se vince il Sì?

«Cambierà la percezione, la sostanza, della terzietà. Oggi giudice e pm sono colleghi, condividono lo stesso percorso e lo stesso organo di governo. Anche se agiscono con correttezza, resta un dubbio nell’animo di chi è giudicato. Con carriere separate e due Csm autonomi, nessuno dei due sarà subordinato all’esecutivo, ma entrambi saranno distinti. È una riforma di civiltà del diritto».

Come giudica i toni della campagna?

«Esasperati ma comprensibili, se si considera che l’Associazione nazionale magistrati è l’interlocutore reale di questa partita. È una struttura privatistica che perderebbe un ruolo centrale. Sta giocando la sua partita decisiva. I toni possono spiegarsi, non giustificarsi».

Se dovesse vincere il No, si aprirebbe una questione politica per il governo?

«Non credo. E comunque non è il punto. Questo non è un referendum sul governo. Chi vuole giudicare l’esecutivo lo farà alle elezioni. Qui si vota su un principio di ordinamento della giustizia. Guai a trasformarlo in un voto politico». —

 

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