Il Pd di Schlein e il malcontento dei dem cattolici
I cattolici che decidono di rimanere nel Pd hanno un problema comune a tutto il centrosinistra: sono senza guida

C’è vita su Marte ovvero nel Pd? Le elezioni politiche si avvicinano per tutti e nel partito di Elly Schlein c’è una comprensibile agitazione. O vogliamo chiamarlo fermento? L’addio di Elisabetta Gualmini, europarlamentare eletta con i democratici, e il conseguente suo passaggio ad Azione, suscita nuovi interrogativi sulla capacità del partito di trattenere aree politico-culturali differenti rispetto alla linea eminentemente schleiniana.
«Schlein ha fatto un capolavoro», ha detto l’ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna salutando il Pd: «Si è presa tutto il partito e oggi ha una maggioranza del 92% in un partito che ha cambiato natura, tanto che oggi lo spazio di agibilità politica per chi ha una visione più moderata e di governo, con una forte caratura in politica estera, si è molto ridotto».
La stessa insoddisfazione la provano i cattolici del Pd, a partire da Graziano Delrio, Romano Prodi, Arturo Parisi. C’è chi dice che siano pronti ad andarsene, i progetti d’altronde sono molti, ce n’è anche uno che avrebbe come front man Ernesto Maria Ruffini, chissà. Di certo, senza la benedizione di uno come Prodi, appunto, rischierebbe di restare una delle solite invenzioni pre-elettorali destinate a fare testimonianza. Invece, ha osservato una volta l’economista cattolico Stefano Zamagni su Avvenire, la sfida dei cosiddetti cattolici impegnati nelle istituzioni è «restituire un’anima alla politica». Ci vogliono grandi cause, «ancorché talvolta deviate dal loro alveo originale, per mobilitare le persone in gran numero. Non esiste forza politica, degna di questo nome, che non si rifaccia a un’ispirazione. Senza di essa, un partito si riduce a una mera aggregazione di interessi, sia pure legittimi. È culturalmente attrezzato il nostro mondo cattolico per una missione come quella qui sopra abbozzata?».
La domanda di Zamagni potrebbe essere parafrasata e rivolta anche alla leader del Pd: è culturalmente attrezzata per tenere insieme, nello stesso partito, quelle sensibilità e ispirazioni cattolico-popolari che oggi manifestano, comprensibilmente, il proprio malessere? Extra Ecclesiam nulla salus. Fuori della Chiesa non c’è salvezza. E fuori dal Pd? Le scissioni di sinistra non hanno funzionato molto bene, di recente. Lo ripete sempre un altro cattolico come Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, che non ha seguito Stefano Bonaccini, appena entrato nella maggioranza del Pd, ed è rimasto all’opposizione. Non ci pensa però minimamente a fare un nuovo partitino.
D’altronde, Italia Viva non ha avuto il successo ipotizzato da Matteo Renzi e ora è diventata Casa Riformista nel tentativo di essere il punto di riferimento, dentro il Campo Largo, di lib-dem, centristi, moderati, riformisti. I bersaniani e gli speranziani sono usciti, ma sono anche presto rientrati nel Pd, dopo aver constatato che il partito era stato de-renzizzato dal ritorno di Schlein. I cattolici che però decidono di rimanere nel Pd hanno un problema comune a tutto il centrosinistra: sono senza guida. E dire che ora servirebbe una leadership forte, di quelle che attraversano i deserti. —
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