Stefano Patuanelli (M5S): «Dialogo con i centristi e avanti con il campo largo»
Il senatore triestino pensa al futuro: «Io candidato sindaco a Trieste? Presto per decidere, sono a disposizione della comunità. Deciderà Conte»

Stefano Patuanelli, senatore triestino del Movimento 5 Stelle non si espone sul suo futuro. Ma spinge per il campo largo da Roma a Trieste. E lancia una prima proposta sul programma per la Regione: «Gli enti della sanità devono tornare più vicini al territorio». Tradotto: la cornice dovrà essere non più a tre, ma di nuovo a cinque-sei Aziende sanitarie.
Com’è cambiata la prospettiva dopo il referendum sulla giustizia?
«Il Paese ha capito come sta governando Giorgia Meloni. E il voto non è stato solo un giudizio di merito, ma un chiaro segnale di sfiducia verso la premier. Si è aperta una fase nuova che ci responsabilizza. Non basta dire “no”: tanto più davanti agli errori di Meloni nel post voto, serve un progetto alternativo».
Contestate a Meloni anche le mancate dimissioni?
«Non me le aspettavo. Il punto vero è che Meloni ha perso lucidità. Prendiamo le dimissioni di Santanchè: imporle il giorno dopo il referendum è un non-senso politico. La sua condizione giudiziaria è la stessa da tre anni, perché ora? E poi c’è la comunicazione».
Che intende?
«Quel video di “scuse” post-voto... fatto con la solita arroganza. Meloni dovrebbe in realtà riflettere sulle sue politiche, ma non lo farà».
Le conviene arrivare fino a fine legislatura?
«A lei sì, al Paese molto meno».
Vede Salvini ringalluzzito?
«La Lega è in difficoltà, non ha strategia, ha sbagliato a puntare su Vannacci che ha sottratto un terzo di consensi. Salvini è un leader logorato e un ministro non capace. Anche perché il ministro non lo fa».
Tocca a Fedriga o Zaia?
«Amministratori molto capaci, non so quanta voglia abbiano di fare i leader di partito».
C’è già un nuovo ministro del Turismo. Capitolo rimpasto archiviato?
«Non ho mai creduto al rimpasto. Sono tutti troppo attaccati alle poltrone. E poi la premier sa che, se apre uno spiraglio, non riesce più a tenere uniti alleati che sembrano amici in tv, ma in Parlamento sono con i coltelli in mano. E poi un rimpasto vorrebbe dire un “Meloni bis”, nuova fiducia. La verità è che lei punta alla durata record del suo governo».
Il centrosinistra, come sta gestendo il dopo referendario?
«Nel modo giusto. C’è responsabilità. Noi 5 Stelle con il progetto di democrazia deliberativa Nova 2.0 abbiamo iniziato una nuova fase: non vogliamo stare insieme a tutti i costi, vogliamo battere Meloni con un progetto migliore. Il programma è il nostro contributo alla coalizione».
Come tenere insieme un campo largo che va dai centristi alla sinistra radicale?
«Lo facciamo già. Nel 98% dei casi, M5s, Pd e Avs votano concordi in Parlamento. L’unico vero scoglio resta la politica estera, ma sui principi, come il rispetto del diritto internazionale, sono certo che troveremo la quadra».
Anche in vista delle regionali, come attirare i centristi?
«Facendo comprendere che c’è una parte della politica di questo Paese che guarda il centro dalla sinistra e che può dare risposte migliori di chi, al centro, guarda da destra».
Si andrà al voto anticipato nel 2027 in Fvg?
«Bisogna farsi trovare pronti, ma non credo».
Serviranno le primarie?
«Penso di no. C’è una sproporzione di peso politico evidente: il Pd dovrà indicarci un nome, che poi andrà condiviso e dovrà avere il gradimento di tutto il campo progressista. Meglio un accordo solido che un passaggio alle primarie».
Un politico di lungo corso o un civico per la presidenza?
«Qualcuno che sia convinto del programma».
Ha già un nome in testa?
«Ho in testa il programma. L’interprete si troverà».
Tre punti pilastro?
«Sanità, sanità e sanità».
Significa ripartire da zero?
«Bisogna rivedere tutto. La riforma attuale è sbagliata dall’inizio: ha accentrato troppo, peggiorando i servizi. Io dico che dobbiamo tornare indietro: gli enti devono essere vicini al territorio».
Tradotto?
«Dobbiamo tornare a un’architettura con cinque o sei Aziende sanitarie, non più solo tre.Se il luogo decisionale è lontano dal cittadino, non ne interpreta i bisogni».
Due mandati a Roma, una vita nel Movimento. Cosa farà da grande? Torna a Trieste da candidato sindaco?
«È presto per decidere. Sono a disposizione della comunità. Se il presidente Conte vorrà concedermi una deroga perché mi ritiene ancora utile a Roma, bene. Altrimenti vedremo».
Se potesse scegliere lei, senza vincoli di partito, qual è la sfida che la stuzzica di più?
«Fare il presidente della Federazione pallacanestro».
Il disastro della Nazionale di calcio è specchio del Paese?
«Il problema del calcio sono i troppi soldi: gli interessi dei club che finanziano il sistema cozzano con quelli delle nazionali, oggi viste quasi come uno spreco di risorse atletiche per i calciatori. È un problema di sistema, non solo politico».
Perché Conte premier dopo gli anni faticosi del Covid?
«Ha dimostrato una qualità rara: decidere nell’interesse del Paese, non personale. Questa lucidità è un valore enorme. Sì, ha tutte le carte per tornare a guidare il Paese».
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