Rispunta Zaia nel minirimpasto: l’ipotesi del ministero delle Imprese

Meloni valuta se spostare Urso al Turismo. L’alternativa per il Doge sarebbe un bis all’Agricoltura: ecco cosa sta succedendo 

Laura Berlinghieri
Governo, ipotesi rimpasto: Zaia possibile ministro tra gli equilibri della maggioranza
Governo, ipotesi rimpasto: Zaia possibile ministro tra gli equilibri della maggioranza

Nel risiko della politica, ora terremotata dall’esito del referendum, il suo nome è la certezza che affiora con frequenza periodica. Luca Zaia: l’ex governatore del Veneto, ora presidente del Consiglio regionale, recordman di preferenze alle ultime elezioni, ma del tutto spendibile anche in un ruolo all’esecutivo nazionale.

Guai a parlare di rimpasto: taglierebbe le gambe al governo Meloni, nella sua corsa per diventare il più longevo della storia d’Italia; soprattutto, ne minerebbe – ulteriormente, va detto – l’aura di inscalfibilità. Mini rimpasto, piuttosto.

La premier ne ha parlato a lungo con il presidente Mattarella. Per capire fino a che punto può spingersi, per evitare le acque del “Meloni 2” e dover tornare a chiedere la fiducia al Parlamento. Un pezzo dell’esecutivo è già stato staccato: Daniela Santanché, ministra del Turismo (e poi il sottosegretario Delmastro). Prima e unica ministra, Santanché, a dover lasciare, pare, anche se rimane l’incognita Carlo Nordio.

E Luca Zaia entra in gioco esattamente qui. Perché le sue proiezioni per un ruolo di governo, con le Politiche del 2027 nel mirino, sono cosa nota. Inserirlo della partita, ora, significherebbe semplicemente anticipare l’orizzonte temporale.

I contatti con il segretario federale Matteo Salvini sono fitti, anche se il punto di equilibrio non è ancora stato trovato. Appartiene allora all’ambito dell’“implicito”, in attesa di capire come si sbroglierà l’intera matassa romana.

Perché, nonostante non si prevedano ulteriori dimissioni, la casella del Turismo potrebbe non essere la sola a rimanere libera. Si parla, ad esempio, dello Sviluppo economico, dove l’operato di Adolfo Urso – in un periodo nel quale, più degli altri, le imprese sono sovraesposte e assai critiche – pare stia lasciando del tutto insoddisfatta la premier. Che per questo – ma è un’ipotesi smentita ieri da fonti dell’esecutivo – potrebbe decidere di spostare il Fratello d’Italia proprio al Turismo, liberando quindi la casella dello Sviluppo economico: per Zaia, magari.

Dando il destro, però, a ulteriori polemiche. Perché l’asse leghista e nordista dei ministeri di Economia e Industria, con Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia, sarebbe vista da FdI come una sgrammaticatura negli equilibri del governo. E pure per Meloni sarebbe peraltro una scelta di risulta; lei che l’ex governatore lo vorrebbe, sì, ma piuttosto all’Agricoltura.

In tutto questo, si dice peraltro che Zaia non scalpiti, anzi. Perché diventare il nuovo ministro dello Sviluppo economico, in un periodo di conflitti internazionali, significherebbe diventare un pungiball perfetto per le imprese e l’elettorato, costretti sempre di più a familiarizzare con il concetto di accise e con il rischio recessione.

Se Zaia restasse a Venezia ne guadagnerebbe poi lo stipendio. Dato che, in caso di nomina romana, dovrebbe “accontentarsi” della sola indennità da ministro, non essendo anche parlamentare.

Infine, con un esito referendario che ha sparigliato le carte delle certezze politiche, accettare un ruolo ministeriale a un anno, se non meno, dalle elezioni, sarebbe comunque una scommessa. Perché ovviamente il rientro al governo nel 2027 sarebbe soggetto al voto popolare, a seguito della eventuale conferma della leadership di Meloni.

Pensieri legittimi, che certo verrebbero meno se a chiedere un aiuto a Zaia fosse la premier in persona. A meno che, c’è chi ragiona, il vero desiderio dell’ex governatore non sia quello di completare la legislatura a Venezia, per poi, chi lo sa, provare a rientrare dalla porta principale, alle prossime elezioni regionali. Fantasie di Palazzo, forse, ma circolano anche queste.

Ma l’ostacolo al rimpasto è anche un altro e riguarda gli equilibri di maggioranza. Perché inserire la “pedina Zaia” per sostituire direttamente o indirettamente Santanché significherebbe rimpiazzare un meloniano con un leghista. E la prima a non avervi assolutamente interesse è chiaramente la premier. Consapevole, sì, che coinvolgere Zaia all’esecutivo – amato anche ben oltre i confini del Veneto – potrebbe essere una mossa furba in ottica elettorale; ma parimenti non certo interessata ad affossare ulteriormente il suo partito, già in difficoltà.

A farne le spese, allora, potrebbe essere Alessandra Locatelli, la ministra per le Disabilità molto vicina a Salvini, ma dal peso politico piuttosto leggero, nell’ambito della coalizione. Potrebbe essere costretta al passo indietro, per favorire l’approdo di Zaia nella Capitale; ma, al tempo stesso, l’uscita di Locatelli consentirebbe l’innesto al suo posto di un ulteriore meloniano, per riequilibrare la compagine del centrodestra. —

 

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