Schlein, l’angolo buio delle primarie e il rischio di perderle contro Conte
Il dopo referendum complicato non solo per Meloni, ma anche per la sinistra che sta studiando come gestire la scelta del leader

Non tocca solo a Giorgia Meloni indossare il saio della vittima del referendum, ma per il principio dei vasi comunicanti anche la sua rivale Elly Schlein per la prima volta da quando si è insediata alla guida del Pd è entrata in un angolo buio.
Dal quale faticherà ad uscire senza ferite e graffi al volto: il buco nero da cui è difficile emergere sono le benedette (stavolta forse maldette) primarie, l’asse fondativo del Pd di Veltroni, il sacro Graal del centrosinistra dalla sua nascita nella seconda repubblica: ebbene, per la prima volta, un esponente del Pd rischia di perderle.
Per questo i consiglieri di Elly ora tirano il freno e puntano a una nomina della loro leader a tavolino. L’ultimo sondaggio per Bruno Vespa che assegna il 43% a Conte e il 37% a lei, ha fatto tremare i muri del Nazareno.
E per la prima volta, al di là di queste fosche previsioni sull’esito delle primarie, i maggiorenti del partito, i vecchi big, non credono che la segretaria sia la più adatta a guidare il Paese una volta vinte le elezioni.
Per questo, se la destra stenta a fare l’analisi della sconfitta, la sinistra invece si attarda nell’analisi della (possibile) vittoria, di come ottenerla e di come gestirla.
Nei discorsi, nelle chat e nelle cene, c’è un nome finora tenuto più coperto, capace di mettere d’accordo tutti, la carta segreta pescata dall’affollato mazzo di federatori di cui si parla: in pole position non sarebbe dunque Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, ministro del Conte2, né il prefetto Franco Gabrielli, ben visto da Matteo Renzi, il quale però gli preferirebbe Silvia Salis (disposta a pensarci se andassero in corteo a chiederglielo); non sarebbero neanche il presidente della Puglia Antonio Decaro, forte delle sue 500 mila preferenze alle europee, o il più esperto e navigato Pierluigi Bersani, che pure in tivù funziona eccome.
No, a tenere banco nei conversari delle ultime ore come possibile federatore vincente è piuttosto il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri: l’ex ministro dell’Economia di Giuseppe Conte, l’esponente del Pd più titolato a “fare sintesi”, come si dice, emblema del Pd romano di Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti, già nella fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, già a capo della commissione Bilancio del Parlamento europeo, quindi uno dei pochi che sa dove mettere le mani sia nei conti pubblici italiani, sia in quelli europei. Protagonista della trattativa per strappare i 210 miliardi di Pnrr all’Ue, nonché – ed è forse la maggiore delle sue qualità conquistate sul campo – molto in auge tra i giovani romani, grazie alla serie di video che spopolano su instagram dove con comici e attori Bobo Gualtieri racconta le meraviglie della città eterna, ammodernata, abbellita e risanata nei suoi tanti angoli dalla sua giunta.
Una sovraesposizione sui social che gli ha garantito uno scatto di immagine e di popolarità.
E non è forse un caso che (pur essendo sindaco di Roma e quindi titolato ad esserci) Gualtieri sia stato l’unico a salire sul palco dopo la vittoria al referendum insieme ai quattro leader dei partiti progressisti Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni.
Ma se si arriva a parlare di federatori è perché Schlein non viene percepita dal corpo pesante del partito, quello che regge decine di cariche nelle municipalizzate, nei comuni, nelle aziende, insomma nei territori, come una carta vincente: il suo appiattimento sulle istanze sociali e politiche dei 5stelle di Conte (dal pacifismo al pauperismo, dall’ambientalismo spinto alla tiepida difesa dell’Ucraina), la pone sulla scia del leader M5s e dunque in un ruolo da comprimaria più che da protagonista.
Con il rischio che alla lunga l’asse M5s-Avs superi il PD e prenda potere reale nel Paese. Tanto che la vittoria del referendum non viene vissuta come un rafforzamento della leadership di Schlein, ma come una messa alla prova delle sue reali qualità politiche. Perché da ora comincia lo stress test più difficile da superare. Segnali di grandi manovre non mancano: Dario Franceschini, il demiurgo di tutte le trame del Pd, pare abbia incontrato privatamente Silvia Salis.
Non mente Dario quando dice che solo Elly ha intercettato un mondo giovanile critico col governo e pro-Costituzione, facendolo uscire dal guscio per recarsi alle urne; altra cosa dire che lui e gli altri maggiorenti del suo calibro, big come Andrea Orlando, Lorenzo Guerini, Nicola Zingaretti, lo stesso Romano Prodi, Paolo Gentiloni, siano convinti che Elly possa essere la figura più adatta a prendere le redini del paese a palazzo Chigi.
PRIMARIE MON AMOUR
Lo stress test dunque è cominciato, prova ne sia anche lo scontro sotterraneo sulle regole di queste benedette primarie: Conte le vorrebbe a turno unico e apertissime, nei gazebo e nelle piattaforme on line. In modo da poter vincere più facilmente se il voto dell’area Pd dovesse frammentarsi in varie direzioni, verso vari candidati minori, tipo Manfredi o Salis.
Schlein invece, se ci fosse tempo per tenerle, vorrebbe un doppio turno, in modo da scartare al primo round tutti i piccoli candidati e polarizzare lo scontro al ballottaggio tra lei e Giuseppi. Sperando di raccogliere tutti i consensi sparsi a sinistra e di avvalersi degli apparati sul territorio di cui ancora dispone il partito.
E già questo è un nodo intricato, non a caso personaggi che hanno qualche chances come Salis e Gualtieri dicono che le primarie non sono obbligatorie, anzi.
Poi c’è la diatriba se debbano tenersi subito o a valle di una grande consultazione sul programma con iscritti e militanti nei territori: ma se Pd e 5stelle sperano da mesi ardentemente che la guerra in Ucraina finisca per poter sciogliere il grumo che blocca tutto, quello delle armi a Kyiv, il braccio di ferro andato in scena ieri tra l’ex grillino Patuanelli e la coppia del Pd Sensi-Guerini, accende i riflettori sulla postura che già i 5stelle si arrogano di vestire: quella dei direttori d’orchestra, che possono dire “appena andiamo noi al governo basta armi a Zelensky” come se Conte avesse già vinto le primarie.
Il che fa pensare quanto sarebbe arduo che governisti del Pd e movimentisti dei 5stelle possano governare insieme, visti i molteplici fronti di scontro che i quadranti di guerra nel mondo possono far sorgere. Insomma una serie di questioni molto serie, si vedrà nei prossimi mesi come riuscirà a gestirle la segretaria del Pd, ora che anche a sinistra è cominciata una complicata partita a scacchi, con Conte che gioca d’anticipo e ruba le caselle al Pd, cambiando outfit a seconda del momento, vestendo quello di premier in cravatta e quello di agit prop barricadero quando serve.
La sfida va risolta entro breve, perché in tutto ciò grava quale scelta farà Meloni sulla data delle prossime elezioni, visto che un anno di logoramento non ha mai fatto vincere nessuno nelle urne.
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