Urso: «Terre rare, non solo un deposito. A Marghera anche l’estrazione e il riuso»
Il ministro: «Dossier inviato, coinvolgeremo tutto il Nord Est con grosse ricadute occupazionali. Arriveranno nuove imprese, vogliamo incrementare la produzione nazionale di petrolio»

Ministro Adolfo Urso, il deposito di materie prime critiche sarà un’infrastruttura per tutto il Nord Est: quali peculiarità verranno valorizzate nelle diverse aree coinvolte?
«Sarà un’infrastruttura per l'Europa: il primo sito pilota di deposito strategico del continente, lungo l'asse del Brennero. La candidatura è stata depositata venerdì con un progetto comune con il governo olandese e prevede due siti pilota: uno nel Nord Adriatico e uno a ridosso del porto di Rotterdam. Per quanto ci riguarda, coinvolgeremo anche i porti di Trieste e Ravenna, per garantire il massimo accesso marittimo in ogni condizione di sicurezza. Il deposito potrà poi avvalersi di un'area industriale in cui vorremmo far sorgere un distretto della raffinazione e del riciclo. E saranno importanti i ruoli della piattaforma logistica del Quadrante Europa a Verona e della miniera di dolomia di Tassullo, in Val di Non, in provincia di Trento. Sarà un progetto organico e strutturale, in un Paese le cui imprese sono già leader nel riciclo delle materie prime critiche, come emerge dai primi due bandi europei con ben nove progetti approvati».
Quando risponderà l’Europa?
«Speriamo a febbraio. Nel frattempo, svilupperemo il progetto sul fronte del distretto industriale, cosicché il deposito possa avvalersi anche di una filiera produttiva per raffinazione e riciclo delle materie prime critiche».
Ma quale sarà la sua funzione reale: sito di deposito o trasformazione? C’è chi lamenta il rischio che attorno al deposito si sviluppi un luogo per l’estrazione di materie prime da batterie, pannelli o strumenti elettronici dismessi.
«Rischio? Semmai opportunità e necessità. Per la sostenibilità ambientale, è positivo riutilizzare quello che si è già estratto dai cosiddetti rifiuti elettronici. Il riciclo è il miglior modo per rispettare l'ambiente. Ed è necessario anche per ridurre la dipendenza dall'estero, in particolare dalla Cina, garantire l’autonomia strategica del continente e la sua sicurezza economica in caso di shock di approvvigionamento, considerando i blocchi ormai sempre più frequenti».
Ma intanto la dipendenza europea dalla Cina resta elevatissima. In che misura il polo veneto potrà contribuire a ridurre questa vulnerabilità per le filiere industriali italiane?
«Accumulando nel deposito di stoccaggio terre rare e materie prime critiche reperite sul mercato internazionale, anche con acquisti cumulativi della Commissione europea – in queste ore il commissario Ue Séjourné è in Nuova Caledonia proprio per questo – per poi rifornire le imprese italiane ed europee. E poi, con le aziende italiane che si insedieranno nel distretto, raffinando le materie prime contenute nei rifiuti elettronici – come il silicio dei pannelli fotovoltaici in smaltimento – o prima della loro consegna alle imprese. Oggi la raffinazione è monopolio della Cina, che paradossalmente ricicla anche i nostri rifiuti elettronici».
E le imprese private italiane come saranno coinvolte?
«Coi bandi europei: nei primi due sono stati approvati nove nostri progetti, mentre il terzo sarà realizzato tra pochi mesi, ed è bene che altre imprese presentino progetti adeguati. Potendo contare, peraltro, sugli strumenti nazionali che abbiamo introdotto, come il fondo strategico per il Made in Italy, che può supportare gli investimenti delle imprese per estrazione, raffinazione e riciclo delle materie prime critiche».
Quali ricadute occupazionali e di indotto vi aspettate in Veneto?
«Significative, anche per le attività logistiche e portuali, e non solo a Marghera ma anche a Trieste e Ravenna. Peraltro, è ovvio che l'accesso sicuro e tempestivo alle materie prime favorirà l'insediamento delle imprese – di microelettronica e tecnologia green, su tutte – che le usano».
Non è poco uno stanziamento da soli 14 milioni di euro, per un progetto simile?
«Questo riguarda solo lo studio di fattibilità, propedeutico allo sviluppo del sito. In ogni caso, abbiamo già deciso di utilizzare parte delle risorse del nostro fondo strategico del Made in Italy e stiamo coinvolgendo le principali imprese italiane, già operative a Marghera, che hanno assoluto bisogno di garantirsi l’approvvigionamento di materie prime critiche, anche in caso di shock geopolitici».
Rimanendo sul fronte energetico, il Veneto – magari, ancora, Porto Marghera – potrà avere un ruolo nell’ambito della rinnovata discussione sul nucleare di ultima generazione? E con che tempi?
«È un’opportunità per tutte le aree industriali del Paese, assolutamente necessaria per garantire la nostra autonomia energetica. Dobbiamo puntare a un mix energetico fatto di più rinnovabili e di nucleare di nuova generazione, pulito e sicuro. In dieci anni potremmo riuscirci».
Sul fronte Electrolux, avete ottenuto il ritiro dei licenziamenti e la previsione di uscite volontarie coperte da investimenti aziendali. Soluzione soddisfacente per il governo?
«È un punto di partenza, necessario e imprescindibile, per un piano di rilancio industriale che tuteli stabilimenti e occupazione. C’è ancora tanto lavoro da fare ma siamo sulla strada giusta».
Da Susegana a Porcia, i lavoratori temono che la produzione di fascia media possa essere delocalizzata. Quali garanzie pretendete da Electrolux?
«In verità le garanzie dobbiamo chiederle innanzitutto all'Europa. Perché se non cambia il quadro regolatorio europeo, non sarà possibile difendere la fascia media dall’invasione cinese. Confidiamo che la Commissione segua la strada indicata con il nostro non-paper, avallato da Germania, Francia, Spagna, Polonia e Slovacchia».
Uno problema sollevato dalla proprietà riguarda il costo di energia e trasporti. E il settore dell’elettrodomestico soffre la concorrenza dei Paesi extra Ue. Quali misure di tutela porterete al tavolo europeo?
«Il differenziale competitivo non è determinato dal costo dell'energia, che incide in minima parte, ma dal quadro regolatorio europeo, che non difende il mercato interno dalla concorrenza sleale, con il sovraccarico del green deal che pesa sulla produzione interna. Il comparto va definito strategico come l'auto, e deve rientrare pienamente nella revisione del Cbam e nel perimetro del Made in Europe come previsto nel nuovo regolamento Industrial Accelerator Act».
Avete valutato la riattivazione di strumenti come bonus mirati all’acquisto di elettrodomestici Made in Italy ad alta efficienza?
«Già usato con successo nei mesi scorsi, stiamo valutando se e come realizzarlo nuovamente».
Intanto i prezzi della benzina continuano a oscillare oltre la soglia dei 2 euro al litro: incassato il price cap dai petrolieri, il governo ha in programma di intervenire ulteriormente, con un taglio generalizzato delle accise o misure alternative, come bonus una tantum?
«Dipende dagli sviluppi del conflitto nel Golfo Persico. Per il momento il successo del price cap garantisce un prezzo accessibile a famiglie e imprese. E stiamo lavorando sul fronte delle raffinerie, anello debole della filiera produttiva, per aumentarne la produzione nazionale. Siamo comunque pronti a ogni intervento per quanto di nostra competenza. Lo abbiamo dimostrato».
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