Dal Lago e la Lega: «Bellissimo sogno destinato a finire»
L’ex deputata dopo il congresso del Carroccio e la conferma di Salvini alla guida: «Soltanto Zaia poteva salvare il partito». E sull’autonomia: «Ce ne ricordiamo solo alla vigilia del voto, mentre dovrebbe essere il nostro obiettivo»

Vorrei parlare con lei del congresso della Lega...
«Ma io mica l’ho seguito. Tanto è tutta una farsa. Non vedo perché sprecare così quel poco tempo che mi rimane».
Inizia così l’intervista a Manuela Dal Lago, vicentina, leghista della prima ora, ma con la tessera del partito riposta ormai dieci anni fa nel cassetto dei ricordi.
Una come lei che non segue il congresso: non ci credo.
«Mi sono fermata ai titoli sui giornali. Ho letto che Salvini pensa a un incarico per Zaia: vicesegretario, forse. Solo vice, che importanza ha?».
Non che Zaia abbia spinto particolarmente per qualcosa di più.
«Con me sfonda una porta aperta. Se si fosse fatto avanti anni fa, la Lega non verserebbe in questa situazione. E invece ora faranno le liste per mandare a casa gli ultimi riottosi, blindando i consenzienti».
E Fedriga?
«I Fedriga, i Fugatti sono amministratori che non hanno la stoffa di Zaia. Zaia, se si fosse candidato, sarebbe stato votato da tutti, e ora parleremmo di una grande Lega».
E perché non si è fatto avanti?
«Perché è stato un eccellente presidente di Provincia, ministro e governatore. È bravo a parlare con la stampa e a presentarsi. Ma per il partito non si è mai mosso, non ha mai voluto rischiare. E, forse, il ruolo nazionale non gli interessa».
Ma nemmeno lei a Roma, da parlamentare, si è trovata bene.
«Ma questo è un altro discorso. Quando sono arrivata a Roma, mi sono resa conto che aveva ragione Bossi: il problema era “Roma”, intesa come sistema e non certo come città. Ma “Roma” non si riusciva a cambiare. Non era soltanto questione di differenze tra partiti, come potrebbe sembrare: lì c’era proprio la casta, quella vera».
Si spieghi.
«In Parlamento a comandare non erano mica deputati e senatori, ma i funzionari. Io ero presidente di commissione. A un certo punto, durante una riunione, mi sono alzata, ho guardato la mia funzionaria e l’ho invitata a sedersi al posto mio. Visto che mi voleva dire lei come fare il mio lavoro».
Benedetti funzionari, talvolta: in alcuna politica c’è anche tanta impreparazione.
«È vero. E c’è tanta gente che è arrivata in politica senza aver mai lavorato un giorno in vita sua. Se non sai cosa sono la fatica e i problemi, non puoi fare buona politica, ma solo praticare qualunquismo. Così come se arrivi in Parlamento senza avere cominciato in consiglio comunale».
È forse uno dei motivi di crisi della Lega? Il partito degli amministratori e della gavetta, ma che poi si è omologato agli altri.
«Ma perché, c’è qualcosa che è rimasto della prima Lega? Quali sono i suoi valori, le sue battaglie? Se non il ricordarsi di dire, all’avvicinarsi delle elezioni, “viva l’Autonomia”. Ma poi, questa autonomia, la Lega la persegue davvero? No».
Si emoziona ancora pensando alla Lega indipendentista?
«Quello era un vecchio sogno che sapevamo non sarebbe mai diventato realtà. Ma il conferire il potere al livello più basso possibile, così da renderlo più controllabile dai cittadini: ecco, quello era il concetto base. E invece adesso la Lega è diventata esattamente quello che combatteva: un partito di potere. Io vengo fermata continuamente per strada da persone che mi dicono che, finché continuerà a esserci Salvini, non voteranno più Lega».
Alle regionali, però, questa Lega ha stravinto.
«Sì, la Lega di Zaia».
E lei alle politiche cosa voterà?
«È questo il dramma. Perché, negli altri partiti, non vedo qualcosa di meglio. Meloni è la migliore presidente del Consiglio possibile oggi in Italia, ma è in un partito che per molti aspetti non mi piace. Mi piace Crosetto, ma non mi piacciono tanti altri dei suoi. E un grande errore su cui Salvini persevera è rincorrere la Meloni, ponendosi ancora più a destra di FdI. Ma quando mai la Lega è stata un partito di destra?».
Gentilini e Borghezio le “cose di destra” le dicevano, eccome.
«Ma Borghezio era un matto. E pure Gentilini un tipo particolare, che però ha fatto molto bene da sindaco. Ma la Lega, no, non è mai stata di destra. Piuttosto, aveva una concezione liberale del Paese, non certo fascista. La gente non si riconosce in questa Lega e non la vota: fine. Per non parlare della posizione sulla Russia...».
Parliamone, invece.
«Ma come, la Lega che fa dell’autonomia dei popoli la sua bandiera si schiera a favore di chi, questa autonomia, la vuole cancellare? Io stimo Giorgetti, e Calderoli mi fa tanta tenerezza. Ma questa non è più la mia Lega».
Da quando?
«Da quando c’è Salvini».
E l’addio di Bossi?
«La colpa iniziale fu di Maroni, spinto da tanti leghisti. L’errore di Bossi è stato quello di non capire che non poteva più difendere Marco Reguzzoni, che gli altri volevano fare fuori. Ma Bossi era così: quando si affezionava a una persona, non tradiva. E l’ha pagata a caro prezzo».
Lei, però, era maroniana.
«Sono sempre stata definita così. Ma Bossi non meritava quel trattamento. E si è dimostrato un signore: ha fatto un passo indietro, dicendo che l’importante era portare avanti le battaglie della Lega. Dopo un po’ è arrivato Salvini».
Che la Lega, alle Europee del 2019, l’ha portata al 34%.
«È vero. Ma è cambiato tutto quando ha iniziato ad assaporare troppo potere, che l’ha accecato».
Cosa succederà adesso alla Lega? Il sondaggio di ieri di Youtrend la dà al 5,6%.
«Che sparisce, cosa vuole che succeda? Un grande sogno che non si è avverato».
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