Lega, Zaia chiede poteri sulle liste e sui rapporti con il governo
Oggi, 10 giugno, a Roma il confronto con Salvini in consiglio federale. Sul piatto la modifica dello statuto per il partito del Nord. Il segretario: «Sistemeremo quello che va sistemato»

Braccio di ferro e guanti di velluto. Stamani, mercoledì 10 giugno, il consiglio federale della Lega convocato nell’aula del gruppo parlamentare a Montecitorio, sancirà in forma plastica il confronto tra Matteo Salvini e Luca Zaia: una sfida mai dichiarata (anzi smentita dagli interpreti) che nella realtà permane da anni, alimentando i sussurri e le grida di un partito in crisi di vocazione.
Se il perimetro del confronto è ormai delineato – un patto tra via Bellerio e le sue anime inquiete ispirato a sostegno e autonomia reciproci, sull’esempio bavarese Csu-Cdu – l’esito del processo si annuncia tutt’altro che scontato e indolore.
Perché in ballo, aldilà dell’architettura federalista e dei richiami valoriali all’aurea regione bossiana – ci sono i capisaldi dell’azione politica nelle regioni settentrionali: l’ultima parola nella definizione delle liste elettorali, i rapporti con il governo di Giorgia Meloni, la leadership effettiva nei territori. Asset decisivi.
Che il Doge rivendica a garanzia di un’eventuale assunzione di responsabilità: vicesegretario con delega al Nord, vice in coppia con il friulano Massimiliano Fedriga o coordinatore nazionale: l’etichetta poco importa. Che il vicepremier esita (a dir poco) nel concedere, timoroso com’è di scoprirsi ostaggio del competitor, salvo ammettere a denti stretti la necessità di una svolta capace di invertire il declino.
«Sto lavorando da tempo, leggo e raffronto numeri, vittorie e sconfitte, nelle prossime settimane sistemeremo quello che va sistemato», le parole salviniane della vigilia «c’è un iter in corso da mesi, non da tre giorni, evidentemente è un percorso lungo. Il riassetto del partito? Leggo molte fantasie, il nostro obiettivo prioritario è vincere le politiche dell’anno prossimo».
A Roma da ieri sera
Vano sollecitare una battuta a Zaia: muto come un pesciolino di laguna, ha lasciato Venezia a conclusione del Consiglio regionale per giungere a Roma in tarda serata. Nelle ore precedenti la riunione (che avrà inizio alle 11) la sua agenda è fitta di incontri. Schermaglie o accordo imminente? «Spero che si riparta da un progetto credibile e coerente», l’augurio di Elisa De Berti, apprezzata presidente di commissione al Ferro-Fini con delega a infrastrutture e sicurezza stradale, esplicita nell’auspicare un chiarimento che non si limiti al valzer di incarichi ma ridefinisca i contenuti di una proposta programmatica credibile.
Gli altri veneti? Il sottosegretario Mara Bizzotto, com’è ovvio, attende nella capitale mentre il governatore Alberto Stefani ci arriverà di buon mattino (tuttora vice federale, appare ansioso di rimettere il mandato...) al pari di Gian Paolo Gobbo, Giuseppe Canova e Flavio Tomaello. Quest’ultimo è il giovane segretario del Leon e affronta con franchezza il momento delicato: «Vediamo come andrà, io sono fiducioso, spero che i piani alti accolgano il modello veneto: attenzione privilegiata al territorio, dialogo costante con i sindaci, radar sulle priorità espresse dai cittadini. Al riguardo, il prossimo anno, oltre alle Politiche, è in calendario un test amministrativo che coinvolge molte città, una prova che non possiamo fallire. Zaia al vertice della Lega? È un valore aggiunto e l’ha dimostrato in più occasioni, raccogliendo un consenso straordinario. Ciò detto, eviterei di tirargli la giacca: se vorrà assumere maggiori responsabilità nel partito, io ne sarei felice, di certo saremo al suo fianco per dargli una mano. Lui non è popolare soltanto in Veneto o al Nord ma un po’ ovunque e può ricoprire brillantemente un ruolo nazionale».
Intanto nelle chat
Nell’attesa, il dibattito nelle chat leghiste evidenzia seri dubbi circa l’effettiva possibilità di conciliare l’autorità della Lega “romana” all’autonomia delle costole regionali e, ancor più, le ambizioni dei duellanti...
«Beh, in fondo la Lega Nord nasce come confederazione di movimenti regionali e la Liga la precede addirittura, perciò l’assetto federalista rientra nel nostro codice genetico. Non dico che sarà una passeggiata né minimizzo le diverse sensibilità. Però, dal mondo dello sport ho imparato che se c’è lo spirito di squadra, la pluralità rappresenta una ricchezza, non un problema. Fin qui mi sembra che i toni siano stati rispettosi, anche nella divergenza di vedute. Come sempre, Salvini dovrà essere bravo nell’opera di sintesi».
Ma il tempo stringe e i sondaggi amplificano lo spauracchio Vannacci.
Futuro Nazionale tallona il Carroccio e gli strappa deputati, amministratori, militanti: «Purtroppo, nel finale di legislatura i cambi di casacca non sono rari», la replica di Tomaello, «hanno reclutato qualche parlamentare, è vero, ma, da segretario, guardo al tesseramento e osservo che il 90% degli uscenti ha già rinnovato l’iscrizione, perciò non mi preoccupo più di tanto. I rapporti con FN? Competono ai leader della coalizione. Personalmente, mi limito a sorridere osservando chi marciava con la bandiera di San Marco inneggiando all’autonomia e ora, in barba alla coerenza, si allinea al nazionalismo statalista più estremo».
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