Fiano: «Soluzione dei due Stati lontana ma necessaria. Sì al ddl antisemitismo»
L’ex deputato del Pd, presidente di Sinistra per Israele, sarà a Trieste per un incontro dal titolo “Elezioni in Israele: speranze e paure, quali riflessi in Europa?”

«La politica senza un obiettivo, anche lontano, non ha motivo di essere». Per Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele - Due popoli due Stati, il voto in Israele del 27 ottobre non sarà soltanto un giudizio su Benjamin Netanyahu, ma anche un passaggio che può riaprire la discussione sul futuro del Paese.
L’ex deputato del Pd, figlio di Nedo, superstite di Auschwitz, sarà a Trieste oggi, 19 ottobre, alle 18, all’Antico Caffè San Marco, per un incontro con Alessandro Maran dal titolo “Elezioni in Israele: speranze e paure, quali riflessi in Europa?”.
Le elezioni possono segnare una svolta per Israele o saranno solo un referendum su Netanyahu?
«Tutte e due le cose. Ciò che unisce i partiti che si oppongono a Netanyahu è un giudizio negativo sul tentativo di trasformare Israele in una “democratura”, depotenziando, tra l’altro, la Corte suprema. C’è poi il giudizio sul massacro del 7 ottobre e sulla sua incapacità di prevenirlo, nonostante gli allarmi. E, per una parte dell’opposizione, anche la necessità di avviare una fase storica che porti alla soluzione pacifica del rapporto con i palestinesi. La consapevolezza è che Netanyahu non ha saputo agire in nessuno di questi tre campi».
Che cosa potrebbe spostare gli equilibri?
«Un’inchiesta indipendente sulle responsabilità del governo. In Israele la mancata prevenzione di una tragedia pesa moltissimo. Nel 1973 la guerra del Kippur costò il posto a Golda Meir e Moshe Dayan. Dieci anni dopo, il massacro di Sabra e Shatila travolse la carriera di Ariel Sharon. L’opposizione vuole una commissione che accerti le responsabilità di Netanyahu».
La prospettiva dei due Stati è ancora praticabile?
«È molto lontana, ma resta necessaria. A settembre siamo stati in Israele e Palestina, abbiamo incontrato esponenti dell’opposizione, rappresentanti palestinesi e organizzazioni non governative per la pace. Le persone che credono in questa soluzione esistono, ma non sono la maggioranza. Direi che oggi circa un quarto degli israeliani potrebbe essere disponibile. Pesano i 500-600 mila coloni in Cisgiordania, che rendono difficile il percorso. Però la politica deve avere un obiettivo, anche lontano».
Quali riflessi avranno queste elezioni in Europa?
«Gli effetti di ciò che è accaduto il 7 ottobre e poi a Gaza, in Libano e Cisgiordania li vediamo tutti. In Italia, in tre anni, gli episodi di antisemitismo sono quadruplicati. Se ci fosse un cambiamento alla guida di Israele, potrebbe cambiare lentamente anche il clima; se non accadesse, si aprirebbe un periodo ancora più difficile. Ma l’antisemitismo non nasce oggi: è un fiume carsico nella cultura europea, che riemerge quando esplode il conflitto in Medio Oriente».
Come si contrasta questa deriva?
«Con informazione e istruzione. Se chiedessimo a un ragazzo la differenza tra ebreo, israeliano e sionista, molte risposte sarebbero sbagliate. La disinformazione sui social alimenta la colpa collettiva: attribuire a tutti gli ebrei le azioni del governo israeliano è sbagliato, come dire che tutti i palestinesi siano terroristi come Hamas. Le responsabilità non si possono massificare».
Veniamo al ddl antisemitismo. Lei aveva prospettato l’uscita dal Pd, poi ha detto di voler restare. Che cosa è cambiato?
«La mia attenzione al disegno di legge nasce dall’esigenza di prevenzione. La legge Mancino interviene quando un reato viene commesso; questo testo punta anche su scuola, università e formazione. Non è perfetto e la definizione Ihra contiene esempi contestati, sul rapporto tra antisemitismo e giudizi su Israele. Ma il testo approvato al Senato tutela la libera espressione delle idee e chiarisce per esempio che la critica a Israele, come quella rivolta a qualsiasi altro Paese, non è di per sé antisemitismo».
Il Pd dovrebbe votarlo anche senza ulteriori modifiche?
«Sì. Può essere migliorato, ma non vedo criticità tali da giustificare un voto contrario. Come ha detto Liliana Segre, servirebbero modifiche inessenziali, che ribadiscono cose già scritte. Un partito progressista, che appartiene alla storia di chi ha liberato l’Europa dal nazifascismo, non dovrebbe votare contro un provvedimento sull’antisemitismo. Se il Pd non capisse la pericolosità di ciò che sta accadendo, per me si chiuderebbe un ciclo molto lungo».
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