Il politologo Orsina: «L’internazionale sovranista è finita con Trump, si apre spazio a sinistra»

L’intervista all’accademico che insegna Storia alla Luiss di Roma: «Il “nazionalismo globale” è una contraddizione in termini, ma l’esito in Europa non è scontato. Vince chi dà riposte a sicurezza e salari»

Marco ZatterinMarco Zatterin
Giovanni Orsina
Giovanni Orsina

«La sconfitta alle elezioni di midterm è la pietra tombale sull’internazionale nazionalista che Trump sognava di realizzare», dice il politologo Giovanni Orsina, sebbene «in realtà avesse già silurato il processo prima di questa tornata elettorale».

La controrivoluzione globale del Tycoon è svanita per eccesso di nazionalismo, assicura l’accademico che insegna Storia alla Luiss di Roma, ma ciò non implica che il fenomeno sia concluso. Anzi. Sebbene la débâcle del presidente «apra nuovi spazi per la sinistra», in molti Paesi, fra cui Francia e Spagna, una parte dell’elettorato sfiduciato resta disposta a provare anche questa strada a destra, convinta che, «se ha fallito lì, non è detto che succeda pure da noi».

Professore, qual è il segnale che arriva dall’America?

«È che un progetto che colleghi i nazionalisti a livello globale, difficoltoso ma non impossibile, richiede la capacità di sapersi contenere. Il nazionalismo internazionale è di per sé una contraddizione in termini. Quello che è capitato a Trump è che, facendosi sempre più aggressivo e meno rispettoso degli interessi altrui, ha rotto il suo gioco. Il coordinamento è diventato irrealizzabile, perché l’uno danneggiava gli altri, che hanno preso le distanze, da Le Pen a Meloni. Per l’ondata nazionalista globale è stata una dura battuta d’arresto».

Di qui a dire che i singoli nazionalismi sono feriti, ce ne passa, però.

«Quando ha perso Orbán si è sentito dire che i sovranismi erano finiti, poi c’è stata l’affermazione regionale della tedesca AfD e allora si è titolato sul loro ritorno. Nei fatti, non erano partiti e non si sono ripresentati. C’è una corrente profonda, gonfiata dalla crisi dell’ordine globale, che alimenta i sentimenti nazionalisti. Se oggi diciamo che il nazionalismo ha perso in America, a fine mese cosa diremmo della Spagna se Vox andrà al governo?».

Cambia la consapevolezza a destra?

«Ci si rende conto di quanto sia difficile tradurre l’irritazione, la rabbia e la frustrazione che gonfiano il nazionalismo in vere risposte politiche».

E che non si vive “contro”?

«È molto complesso dare seguito agli slogan nazionalisti, passare dalle parole alle politiche pubbliche. Se introduci nuovi dazi proteggi i produttori, ma allo stesso tempo metti in difficoltà i consumatori. Si crea un meccanismo in cui, mentre si tenta di risolvere un problema, se ne suscita uno nuovo».

Trump ha vinto facendo la guerra all’inflazione e ha perso perché i prezzi sono aumentati. Per la stessa ragione dovrebbero fallire anche i nostri nazionalisti.

«Ogni Paese fa storia a sé, secondo le dinamiche interne. In Spagna gli scontenti non voteranno i socialisti, mentre i francesi potranno pensare che Le Pen sia l’unica soluzione ai loro guai che non hanno ancora tentato. L’elettore fa ragionamenti concreti. Sceglie quello che meglio può rispondere a dubbi e domande. E poi il voto è una scelta fra alternative...».

Eccoci quindi alle sinistre e dintorni. Che succede?

«Il tracollo del nazionalismo globale apre uno spazio a sinistra e rafforza le alternative. C’è margine, ma bisogna riempirlo. È quello che stanno provando a fare i democratici negli States».

L’Ue deve passare attraverso il nazionalismo per liberarsene?

«Il progetto di integrazione europea è in grado di sopravvivere, ma con l’affermazione di Le Pen e AfD, che privilegiano l’interesse nazionale, sarebbe più dura».

Più difficile o mortale?

«È come per Trump. Le risposte agli elettori non devono danneggiarli. Se smonti la costruzione comunitaria ti metti su una via pericolosa e sfavorevole. In teoria si può anche uscire dall’euro, ma le implicazioni di un processo di ritorno alle valute nazionali porterebbero a uno choc terribile. Il prezzo sarebbe altissimo».

Quanto pegno paga la destra italiana per colpa di Trump?

«Vale anche per loro: c’è nuovo spazio a sinistra. È per questo che i partiti di governo si sono affrettati a dire “non siamo mai stati trumpiani”, il che è palesemente falso. Meloni ha puntato molto sull’idea di un’ondata nazionalista di cui Trump era la massima espressione. Si è legata stretta al network conservatore transatlantico per dire che FdI non era solo una questione italiana, bensì parte di un ciclo più ampio e storico. La vittoria di Trump due anni fa aveva consacrato il progetto. Il midterm lo ha sepolto. Le diranno: “Trump era come te e non ce l’ha fatta, dunque la tua ricetta non funziona”».

Dove può partire l’attacco del centrosinistra?

«Potrebbe cominciare dal rideclinare il tema della sicurezza, la grande questione a cui risponde la destra nazionalista. Dovrebbe dire: “La vera sicurezza ve la diamo noi”, allontanando il tema dalle sfide globali e dall’immigrazione per farlo diventare economico, il che implica parlare di salario e lavoro. Sarebbe questa la strada, però non vedo che questa sinistra sia in grado di percorrerla».

Come mai?

«Perché prima di stabilire il terreno della contesa occorre costruirsi politicamente e dotarsi di una leadership».

Il campo largo dice “prima i temi”.

«Non è la strada giusta. Prima serve l’equilibrio politico necessario alla convivenza della coalizione, che porta alla definizione della leadership. Poi vengono i programmi. In un dibattito caotico e confuso come il nostro, che chiede una voce sicura che dia le parole d’ordine, non si può procedere nel senso opposto».

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