Voto ai sedicenni, perché anche in Italia è tempo di aprire il dibattito
Dall’esperienza di Berlino e dell’Austria allo squilibrio demografico del Nordest: i giovani sono sempre meno rispetto agli elettori anziani. Estendere il voto può aumentare il loro peso nelle scelte politiche

Nelle recenti elezioni per il parlamento di Berlino hanno votato per la prima volta i sedici-diciassettenni. È risultata vincitrice la Linke, il partito di sinistra-sinistra, in controtendenza rispetto a quanto successo nella regione della Sassonia-Anhalt, dove invece AfD, il partito di estrema destra, ha raddoppiato i voti.
I temi della campagna elettorale berlinese hanno toccato questioni molto concrete, come i costi in continuo rialzo degli affitti e degli appartamenti, che precludono a molti giovani di trovarsi una casa: si sta quindi discutendo su quale sia stato il contributo dei giovanissimi nel risultato berlinese, che sembra rilevante soprattutto a sinistra.
Il quadro internazionale
I sedicenni sono ammessi al voto anche altrove, in varie città del Regno Unito, per il voto locale, e soprattutto in Austria, dove dal 2007 l’età minima al voto è stata abbassata per tutte le elezioni, politiche nazionali comprese, e dove ci sono ormai serie affidabili sulla propensione al voto e sulle scelte dei giovanissimi. Nel caso austriaco è ormai assodato che i sedici-diciassettenni hanno una predilezione per le formazioni di destra, l’esatto contrario rispetto al caso di Berlino. Questa tendenza a polarizzare il voto, in fin dei conti, sembra comprensibile e “naturale”: quando si è giovani si tende ad estremizzare i comportamenti, e a non dare ascolto a chi pratica l’arte del compromesso.
Eurobarometro
L’ultima inchiesta sui giovani di Eurobarometro 2024 ha messo in fila i temi che interessano di più i 16-30enni dell’Unione europea: costo della vita e aumento dei prezzi (40 per cento), ambiente e cambiamento climatico (33 per cento), situazione economica e creazione di lavoro (31%), poi welfare, protezione sociale e sanità (29%), istruzione e formazione (27%), casa (23%) e difesa/sicurezza (21%).
In termini di agenda politica, si tratta di una gerarchia per certi versi rovesciata rispetto a quella degli anziani e dei vecchi, forse con l’esclusione dell’allarme per l’alto costo della vita.
Indice di vecchiaia
Non si tratta solo di temi o di scelta di partiti: è una questione di partecipazione alla democrazia.
Per effetto congiunto della denatalità e degli straordinari progressi della medicina e del welfare, tra Ventesimo e Ventunesimo secolo i corpi elettorali dei Paesi più ricchi hanno conosciuto un impressionante innalzamento dell’indice di vecchiaia, cioè del rapporto tra classi d’età più giovani e anziani. Se nel mondo occidentale, da tempo, agli anziani non viene più riconosciuta l’autorità tipica delle società tradizionali, le classi d’età più avanzate si sono “vendicate”, conquistando silenziosamente uno spazio sempre maggiore nel panorama elettorale delle democrazie liberali.
Ormai, nonostante i problemi di mobilità e salute delle classi d’età avanzate, i votanti molto anziani sono più numerosi dei giovani.
Elezioni a Nord Est
Nelle elezioni del settembre 2022, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia i residenti che avevano diritto al voto sono stati circa 260 mila tra i giovani di 20 e 24 anni e circa 285 mila fra coloro di 75 e 79 anni. Tenendo conto in modo prudente dell’astensionismo, nelle due Regioni avrebbero contribuito ad eleggere il parlamento nazionale 170 mila giovani e 200 mila anziani. Più passano gli anni, più questo squilibrio si accentua: secondo i dati Istat del 1° gennaio 2025, i giovani di età 20-24 residenti non stranieri nelle due Regioni equivalgono per consistenza numerica agli anziani di 78-82 anni!
Hanno dunque più voce in capitolo nelle scelte elettorali coloro che hanno inevitabilmente pochi anni davanti, rispetto ai giovani che invece sconteranno per decenni le conseguenze del voto. Un problema destinato ad aggravarsi quando i boomers diventeranno vecchi e molto vecchi, e arriveranno al voto le sempre meno numerose generazioni nate dopo il 2010.
La soluzione possibile
Una soluzione sembra però possibile, allargare il voto ai più giovani, e non solo per queste motivazioni demografiche.
Nella rivoluzione in atto, dare voce e responsabilità ai nativi digitali può significare assegnare rilievo politico a un tema centrale quale l’innovazione.
Responsabilizzare i sedici e diciassettenni, magari abilitandoli prima al voto amministrativo, di modo che decidano chi amministrerà il proprio Comune, può aiutare a costruire città e territori più funzionali per le giovani generazioni, creando anche, indirettamente, condizioni più favorevoli a mettere al mondo più figli.
Invece di disperdere enormi energie per l’ennesima riforma elettorale, la politica dovrebbe cominciare a farsi carico di quest’ordine di problemi. Chi ha paura dei sedicenni?
Riproduzione riservata © il Nord Est








