Calenda: «Su Europa e difesa destra e sinistra assenti. Il centro conterà dopo le elezioni»
Il segretario di Azione: «Alle politiche da soli, ma nei territori ci siamo alleati anche con il centrodestra. Dialogo con la Lega, ma «a patto però che sia quella di Fedriga e Zaia»

Serve l’Europa, serve la difesa, serve il centro. Carlo Calenda, senatore e segretario di Azione, è convinto che la prossima legislatura si giocherà sul ruolo dell’Unione («O si fa l’Europa o si muore», dice) e che partirà senza una maggioranza.
L’auspicio è che nasca un esecutivo costruito in Parlamento, frutto di un’alleanza politica che garantisca il buon governo, dove Azione intende giocare la sua parte e in cui Calenda dialogherebbe anche con la Lega, «a patto però che sia quella di Fedriga e Zaia».
Calenda sarà mercoledì a Trieste, dove presenterà al Teatro Verdi il suo libro Difendere la liberà. L’ora dell’Europa. E per sparigliare le carte ha scelto di farlo assieme al presidente della Regione Massimiliano Fedriga, che se davvero dovesse correre da candidato sindaco a Trieste, magari troverebbe un alleato in più. «Azione si è già alleata sui territori con candidati di centrodestra, quando moderati e capaci di amministrare».
Partiamo dal libro: qual è la missione dell’Europa in questi tempi di crisi?
«L’Europa è l’area del mondo dove si vive meglio grazie a welfare, sanità, libertà economica. Ed è un’area ricca e piuttosto anziana, che fa gola ai tre imperi: Cina, Stati Uniti e Russia. La Cina necessita di un mercato di sbocco, essendo senza domanda interna. La Russia vuole ripristinare la dignità imperiale. Gli Usa vogliono deregolamentare il settore digitale e la privacy dei dati. Tutti e tre hanno per obiettivo strategico la fine dell’Europa».
Cosa bisogna fare sulla difesa e cosa non si sta facendo?
«L’Ue fa quel che può, posto che gli Stati non danno un euro. Spendiamo l’1% del pil europeo in difesa, mentre gli Usa arrivano al 23%. Ho proposto un prestito Ue, finanziato con un 10% di dazi sui prodotti cinesi: varrebbe mille miliardi e ci farebbe chiudere i gap sulla difesa, accelerare su rinnovabili e nucleare, correre sulla digitalizzazione delle imprese. Senza che gli Stati tirino fuori un euro. Quanto all’Italia, il governo Meloni non ha il coraggio di arrivare a un vero 2% del pil, come promesso. Non abbiamo accesso ai droni e abbiamo un solo sistema antimissile: siamo vulnerabili».
“Difendere la libertà”, scrive nel libro: cosa la mette a rischio?
«Meno del 20% della popolazione mondiale vive in una democrazia liberale. Nel 2012 era il 40%. Le dittature stanno vincendo. Smantellare l’Europa come vogliono i tre imperi è la fine della libertà collettiva. Non di quella individuale di consumatori, come vorrebbero i tecnocrati Musk e Thiel, ma la libertà politica è la più importante».
Lei è un atlantista: le cose in America cambieranno dopo Trump o la via della separazione è ormai intrapresa?
«La via dell’emancipazione è intrapresa. Non possiamo più permetterci di contare sugli Usa per la nostra difesa. La democrazia americana si sta mostrando debole davanti a Trump e alla sua assenza di limiti morali».
E cosa mette a rischio la libertà in Italia?
«L’incapacità della politica di far accadere le cose. Costante rumore di fondo. Mentre il mondo cade, si discute di destra e sinistra. È uno stadio, ma le tribune sono vuote e restano le curve. M5s, Salvini, Meloni, Vannacci: un populismo dopo l’altro».
Vannacci si alleerà col centrodestra o no? E quanto raccoglierebbe nei due casi?
«Al voto andranno la destra di Vannacci da sola, il centrodestra di Meloni, il nostro centro, il centrosinistra e l’ultrasinistra filorussa. Vannacci avrà una lista da 5-6%: l’area del paese che può seguire la sua narrazione neofascista e maschilista. Scommetto che raccoglieremo più voti noi al centro, almeno l’8%, e nessuno arriverà al 42% per far scattare il premio di maggioranza».
E che succederà?
«Che non ci sarà maggioranza e bisognerà sedersi per scrivere un programma di governo. Noi spingeremo su europeismo, sanità e politiche industriali, valutando l’ingresso in una coalizione che lavori per l’interesse nazionale e che voglia l’Europa, perché soprattutto del ruolo dell’Unione si parlerà nella prossima legislatura».
Alza la posta per schierarsi? E chi è il meno peggio in quello che chiama bipopulismo?
«Non ci siamo alleati l’ultima volta e non lo faremo alle prossime elezioni. Andremo al centro, senza poste da alzare. Le coalizioni odierne sui fatti fondamentali non ci sono».
Presenta il libro con Fedriga. Un messaggio? Magari ci farebbe un partito assieme?
«È una persona che stimo. Bravo governatore, moderato: in altra epoca avremmo detto un democristiano. Io sono un repubblicano. Facciamo parte di quelle famiglie politiche che hanno saputo lavorare insieme. Ma la Lega è quella di Salvini, non di Fedriga e Zaia. E Salvini è lontano da me su come si governa e si sta al governo».
Sosterrebbe Fedriga candidato in Regione o sindaco?
«Azione ha già fatto alleanze territoriali con il centrodestra. Ma io spero altro per Fedriga: che con Zaia riporti la Lega sulla rappresentanza del Nord. Come si fa a buttare i soldi sul Ponte, quando al Nord ci sono interi distretti industriali in crisi e al Sud mancano strade e rete idrica?».
Ma Salvini per ora ha vinto contro Fedriga e Zaia.
«Non so delle loro dinamiche interne, ma so che per noi sarebbe possibile lavorare con una Lega di europeisti moderati e aperti come Zaia e Fedriga».
Al centro con chi parla, se con Renzi ha chiuso e Forza Italia resta schiacciata a destra? Cosa pensa del movimento dei sindaci di Alessandro Onorato?
«Ci saranno Azione, l’area di Pina Picierno, liberaldemocratici, socialisti democratici, Fondazione Einaudi, il mondo liberale, popolare, europeista, repubblicano. Sarà una lista unica. Il movimento di Onorato è stato creato da Goffredo Bettini del Pd per stare nel centrosinistra: non è un centro, ma il Partito dei contadini dei paesi sovietici».
Chi vedrebbe premier?
«Io mi presenterò come premier. Se non mi riuscisse, ed è probabile, rimetterei la questione nelle mani di Mattarella, sulla base di un accordo fra partiti su una linea europeista. Ci sono molte persone preparate, ma non le brucio. L’importante è che non sia un governo tecnico, ma il frutto di una maggioranza politica che garantisca il buon governo».
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