Antonio Di Pietro e il sì al referendum: «La sinistra si è genuflessa davanti all’Anm»
L’ex magistrato e ministro: «Riforma che serve a dare credibilità alla categoria. Sono per la separazione delle carriere, l’accordo già raggiunto nel Prodi due»

«La capo di gabinetto Bartolozzi? Va capita, non va strumentalizzata quella sua uscita sui magistrati come plotone di esecuzione». «Nordio che dà dei mafiosi ai giudici del Csm? Non mi dà fastidio, come non me lo dà un giudice che dà dei mafiosi a chi vota Sì». Se a parlare così è un’icona della categoria come Antonio Di Pietro si può restare sorpresi. Ma ancor di più perché porta tesi spiazzanti all’apparenza, vale la pena ascoltare le argomentazioni di un testimonial per il Sì alla riforma della Giustizia che ha attraversato mille stagioni e che non si è mai tolto la toga veramente.
Concorda sul serio con la capo di gabinetto di via Arenula, che denuncia l’incubo di finire sotto il plotone di esecuzione dei giudici?
«Lei si trova ad essere il capro espiatorio di un conflitto istituzionale tra governo e potere giudiziario: la decisione di rimandare Almasri a casa sua in Libia è stata una scelta politica e se avessero messo il segreto di Stato avrebbero fatto meglio. Tenere in Italia un delinquente che ha commesso i reati fuori dai confini comporta dei rischi per i cittadini per problemi di sicurezza e terrorismo. Per questo viene messo il segreto di Stato su atti ai limiti della legalità. Quindi la valutazione è politica. Nel caso di specie, l’autorità giudiziaria ha ritenuto di dover procedere contro i ministri, la capo di gabinetto è rimasta col cerino in mano: e stressata come è, non doveva andare a convegni sulla riforma della giustizia. Ma va capita, non usata, perché risentendo quel video si sente dirle tante volte di essere lei stessa un magistrato e che la magistratura va difesa».
Non le ha dato fastidio fare campagna per il Sì con Nordio che ha detto che la composizione del Csm è frutto di un sistema “para mafioso”?
«Non mi dà nemmeno fastidio avere come controparte un magistrato che paragona quelli che voteranno Sì ai mafiosi. Io voto così perché nel secondo governo Prodi avevamo raggiunto un accordo per fare la separazione delle carriere che era stata già votata alla Camera. Poi hanno indagato la moglie di Mastella, lui si è dimesso, il governo è caduto e non se ne è fatto più nulla: il concetto di fondo è che anche quella volta c’è stato un magistrato che ha bloccato tutto».
Addirittura?
«Sì. La verità è che il centrosinistra si è genuflesso sul vero potere, quello dell’Anm, che si è sempre opposta a questa riforma perché le toglie il boccino dalle mani: una volta che perde la possibilità di scegliere chi va a fare il procuratore a Roma o a Milano, l’Anm perde un potere reale. Quindi oggi la magistratura, sia attraverso il controllo di chi deve andare a fare cosa, sia con un’interpretazione creativa della legge, si mette al di sopra del potere esecutivo e legislativo. Se parliamo di supremazia, a pretenderla è la magistratura».
Anche se così fosse, non trova che la tendenza della magistratura a prevaricare sulla politica sia cominciata proprio dalla vostra inchiesta Mani Pulite?
«Mani Pulite ha scoperchiato un cancro esistente nei rapporti tra mafia, affari e politica. Successivamente ci sono stati tanti “dipietrini” che hanno cercato di inventarsi altre inchieste tipo Mani Pulite, ma con il risultato che sono più le volte che hanno mandato gli innocenti in galera di quelle in cui sono riusciti a far condannare dei colpevoli».
E allora restiamo sul Csm, cuore di questa riforma. Le pare giusto che i suoi membri vengano sorteggiati?
«Mi pare ingiusto che l’eletto al Csm oggi risponda all’elettore e quindi decida secondo la corrente di appartenenza. Il Csm non è organo di rappresentanza ma deve individuare chi deve fare cosa, nell’interesse della collettività: è organo di garanzia, non a caso il suo presidente è il capo dello Stato».
E quindi va bene che la lista dei membri laici venga decisa dai politici e quella dei togati estratta a sorte tra dieci mila persone?
«È falso: su trenta membri, i venti togati hanno già ricevuto una preselezione quando hanno vinto un concorso, con valutazioni di professionalità annuali. Mentre sui laici ci deve essere una preselezione tra migliaia di avvocati e giuristi: la cernita va fatta dal Parlamento. Mentre ora vengono scelti ad libitum, domani vanno estratti a sorte e c’è di più: siccome i decreti attuativi non possono derogare dai principi di rappresentanza, i membri laici devono rappresentare sia le maggioranze, sia le minoranze parlamentari. Quindi avremo laici che sanno di cosa si parla, con la miglioria che con il sorteggio si romperà quel cordone ombelicale con chi oggi elegge quei membri».
È normale che il pm acquisisca un potere tale, si auto giudichi, controlli la polizia giudiziaria e mantenga l’obbligo dell’azione penale? Non è troppo?
«Attualmente il pm dispone direttamente della polizia giudiziaria, ha l’obbligatorietà dell’azione penale e deve indagare a favore dell’indagato, come avverrà domani, la stessa cosa. La legge resta quella ed è una sciocchezza che il pm domani acquisirà più potere: per ogni atto che fa, c’è e ci sarà un guardiano che lo controlla, il giudice per le indagini preliminari».
Quando lei faceva il pm, qualche gip osava negarle richieste di carcerazioni preventive o altro?
«Perché io portavo le prove provate: i soldi buttati nel water, l’oro nascosto nei puff, i conti correnti pieni di soldi. La differenza è che noi cercavamo chi aveva commesso un reato, oggi troppo spesso i nuovi pm si mettono a cercare se qualche persona mediaticamente esposta abbia commesso reati, con inchieste a strascico, fatte in zone e ambienti precisi. C’è un’enorme differenza con quello che facevamo noi, che veniva raccontato il giorno dopo dai giornalisti: adesso assistiamo ai pm che indagano su quanto hanno letto il giorno prima sui giornali».
Ma lei che ha “l’orecchio a terra”: chi vincerà?
«Non lo so, ma da 50 anni bazzico i marciapiedi dei tribunali e so che questa riforma è necessaria per ridare credibilità alla magistratura, come quella che la categoria aveva ai tempi di Mani Pulite».
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