Fassino dopo la vittoria degli studenti: «La Serbia adesso guardi avanti per superare le divisioni»
L’intervista al deputato del Pd: «Si è chiuso un ciclo, la prova sarà tradurre il consenso in risultati. Ci aspettiamo una chiara volontà di procedere verso l’Ue»

«Vincitori e sconfitti hanno il dovere di guardare avanti e lavorare perché si superi l'aspra polarizzazione degli ultimi anni». Piero Fassino, deputato del Pd, presidente della Commissione per i Balcani del Consiglio d'Europa, legge il voto in Serbia come una svolta politica netta, maturata al termine di una mobilitazione che è partita dalle giovani generazioni ma ha poi coinvolto una parte significativa della società.
Fassino, siamo davvero davanti a un cambiamento storico per la Serbia?
«Nessun dubbio. Si chiude un ciclo politico e si apre una fase del tutto nuova. Lo testimoniano l'altissima partecipazione al voto - la più alta dalle elezioni del 1990 in poi - e il successo clamoroso della Lista degli Studenti, che ha raccolto il 52% quando sondaggi e previsioni della vigilia la davano sì in alto, ma non in grado di ottenere la maggioranza».
L’elemento chiave di questo risultato?
«Il fatto che al movimento degli studenti, la cui mobilitazione ha scosso per tre anni la società serba, si siano avvicinati tutti quelli che desideravano un cambio di rotta della direzione politica».
Dalla piazza al governo: è il passaggio più difficile?
«La vittoria elettorale consegna il diritto di fare il governo, ma bisognerà vedere chi sarà incaricato come primo ministro e quale esecutivo nascerà. Finora il movimento è stato di contestazione, spesso antisistema: lotta alla corruzione, basta con la nomenclatura, cambiamento della classe dirigente. Ora devono nominare ministri, definire un programma e dimostrare di saper governare. C'è inoltre un appuntamento internazionale importante, l'Expo di Belgrado del 2027, che richiederà capacità organizzativa e continuità amministrativa. E prima ancora ci sarà il passaggio delicatissimo dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, dopo le dimissioni di Vučić. La prova sarà tradurre il consenso in risultati concreti subito».
Gli studenti hanno le competenze per riuscirci?
«Penso di sì. Hanno entusiasmo e volontà di cambiare le cose. Non sarà facile, ma individueranno un personale politico e ministeriale adeguato. Circolano tra l’altro nomi accreditati, dall'ex governatore della Banca centrale Dejan Šoškić al capolista Ilija Srdanović, docente di medicina. Molti candidati vengono dall'università: non sono sprovveduti. Dovranno imparare a fare i ministri, ma non vedo difficoltà insormontabili».
Vučić ha sottovalutato la forza della protesta?
«Ha sottovalutato la domanda di cambiamento, che era molto pressante. Dalla tragedia di Novi Sad in poi la mobilitazione è cresciuta in modo costante, coinvolgendo non solo gli studenti ma settori importanti della società. Si chiedeva un cambiamento forte, visibile, radicale, e Vučić non ha saputo raccogliere quella domanda».
I suoi meriti?
«Va riconosciuto che ha dato alla Serbia uno sviluppo economico significativo: Belgrado è cambiata sul piano urbanistico e infrastrutturale, attirando presenze multinazionali, banche internazionali e operatori economici in ogni settore. Ma la protesta chiedeva un diverso modo di governare, lotta alla corruzione e superamento della vecchia nomenclatura».
Quella mobilitazione può diventare un modello per altri Paesi?
«Ciò che accade a Belgrado influenza da sempre l’intera regione. In Albania ad esempio è in corso una mobilitazione partita da una contestazione su un progetto immobiliare e allargatasi alla società civile, soprattutto giovanile. Mi colpisce che le parole d'ordine siano le stesse di quelle sentite in Serbia».
La vittoria degli studenti riapre la strada verso l'Unione europea?
«Bisogna sbloccare il negoziato con Bruxelles per riprendere il cammino dell'integrazione. Su questo il programma della lista studentesca è piuttosto generico: ci aspettiamo una chiara volontà di procedere verso l'Ue e realizzare le riforme richieste da Bruxelles, spesso eluse dal governo precedente».
Pure sul Kosovo non sembra esserci una svolta annunciata.
«È un punto molto delicato. Dal programma della lista studentesca non emergono novità rispetto alla linea fin qui tenuta da Belgrado: anche gli studenti rivendicano il carattere serbo del Kosovo, pur dichiarando la necessità di un dialogo per arrivare a una soluzione. L'Ue ha nominato un mediatore, l'ambasciatore Sorensen, che dovrà verificare con la nuova leadership quale disponibilità ci sia a trovare un accordo».
Ma cosa dovrebbe fare l'Ue, congratulazioni a parte?
«Accompagnare il nuovo governo nelle riforme necessarie ad armonizzare le leggi serbe agli standard europei. Ci sono temi decisivi: lotta alla corruzione, tutela delle minoranze, libertà dei media, indipendenza della magistratura. Sono temi emersi in campagna elettorale, decisivi per riprendere e accelerare l'integrazione. E sono temi su cui il Consiglio d’Europa può dare un contributo significativo».
Vučić e la sua rete di potere rischiano di ostacolare il cambiamento?
«Mi auguro di no».
Cambieranno i rapporti della Serbia con Mosca e Pechino?
«Nel momento in cui l'Ue è alle prese con la definizione di una politica di sicurezza e di un sistema di difesa più assertivi, mi aspetto che la Serbia si collochi dentro questa nuova pagina. Quanto a Cina e Russia, finché i rapporti sono commerciali non vedo difficoltà. Ma questo non deve ridurre né ostacolare il cammino della Serbia verso l'integrazione europea».
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