Ungheria e Slovacchia alla Croazia: «Faccia passare il greggio russo»
I due paesi chiedono che l’Oleodotto Adriatico trasporti anche petrolio di Mosca non sanzionato e attui tariffe eque: è scontro legale

Una vera e propria “guerra” sull’energia, leggi sul greggio russo, sta rendendo sempre più incandescenti i rapporti fra tre Paesi Ue. E potrebbe andare verso l’escalation. Lo scenario si sta sviluppando sull’asse tra Ungheria e Slovacchia da una parte e Croazia dall’altra, ai ferri corti per le modalità del trasporto di greggio verso Budapest e Bratislava via Croazia, ossia attraverso uno dei bracci dell’Oleodotto Adriatico.
Il greggio trasportato via Croazia è diventato la possibile ancora di salvezza per Ungheria e Slovacchia dopo le interruzioni ai flussi di greggio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, iniziate a gennaio e all’origine di profondi attriti tra Budapest e Kiev. E l’infrastruttura russa non tornerà a essere operativa presto. La soluzione, sulla carta, sarebbe allora proprio l’Oleodotto Adriatico, capace di soddisfare il fabbisogno di Ungheria e Slovacchia. Ma qualcosa non sembra funzionare. Anzi, lo Janaf potrebbe diventare la miccia di una battaglia diplomatica ed economica fra alleati europei.
Lo conferma la decisione del gigante magiaro degli idrocarburi Mol e del suo omologo slovacco Slovnaft di denunciare alla Commissione europea, per la precisione alla Direzione generale per la concorrenza, l’operatore croato dell’oleodotto Janaf, con l’accusa di sfruttare la sua attuale posizione di presunto monopolista. Ed evocando richieste di danni.
«A partire dalla chiusura del Druzhba, il gruppo Mol ha ripetutamente chiesto a Janaf di confermare l’accettazione di greggio di origine russa importato via mare legalmente» e destinato a Budapest, rispettando «le sanzioni Ue e Usa», ha sostenuto Mol. Invece, Janaf avrebbe «usato il suo controllo su questa infrastruttura essenziale», l’Oleodotto Adriatico, «per chiudere l’accesso» al petrolio russo». E ciò «aggrava ulteriormente l’incertezza negli approvvigionamenti, resa già acuta a causa dei conflitti», ha rincarato Mol, che nei giorni scorsi aveva già attaccato a gamba tesa i croati di Janaf, sostenendo che «le tariffe di transito» decise dai vicini sarebbero «del 50% più alte» rispetto a quelle in vigore ad esempio in Ucraina, hanno riportato i media di Budapest.
Completamente opposta suona l’altra campana. Janaf «fornisce servizi di trasporto di greggio a tutti i suoi clienti a pari condizioni» e le forniture a Ungheria e Slovacchia «non sono a rischio», come dimostrato «dall’arrivo di otto petroliere con greggio non russo» a Omišalj (Castelmuschio), la replica dei croati. Che poi sono entrati a gamba tesa contro gli ungheresi di Mol, accusandoli di non essersi mossi per timori «sulla sicurezza energetica», bensì per difendere «vantaggi commerciali associati all’importazione di greggio russo sotto sanzioni», che arriverebbe a Budapest a prezzi ribassati, il pesante sottinteso.
Poi, la frecciata: «La sicurezza energetica della Croazia e della Ue non devono diventare ostaggio di interessi individuali, in particolare quando le forniture di greggio non russo procedono senza problemi e in quantità sufficienti».
«Facciamo appello ai nostri amici e vicini, Ungheria e Slovacchia, ad abbandonare i carburanti fossili russi, poiché abbiamo sufficienti capacità per rifornirli» con altre fonti, ha fatto eco anche il ministro croato dell’Economia, Ante Šušnjar.
Nel frattempo, in parallelo allo scontro legale, le parti si preparano a un banco di prova “tecnico”: dall’11 marzo dovrebbero partire test di capacità di lungo periodo sull’infrastruttura croata, con monitoraggio indipendente internazionale, per una durata stimata di dieci mesi. Ma Mol e Slovnaft continuano comunque ad attendere risposte «da parte di Janaf e delle autorità croate in merito all’eventuale autorizzazione al trasporto di carichi di petrolio greggio russo non soggetti a sanzioni».
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