Un ponte crolla, Bosnia bloccata: nuova crisi tra Sarajevo e Banja Luka

I disagi causati dal cedimento di una infrastruttura rilevante innescano una querelle dal forte peso politico, legata alla mancata apertura del nuovo valico di Gradiška

Stefano Giantin
Un’immagine dall’alto del ponte crollato tra Croazia e Bosnia (da Dnevnik.hr)
Un’immagine dall’alto del ponte crollato tra Croazia e Bosnia (da Dnevnik.hr)

Un’infrastruttura vitale per gli spostamenti di persone e merci viene forzatamente chiusa a causa di un crollo, provocando enormi disagi. Ma un problema all’apparenza circoscritto ai trasporti fa scattare una reazione a catena. Dal profondo impatto politico.

Accade in Bosnia, Paese scosso da nuove, aspre polemiche a causa di un incidente che sembrerebbe ordinario, banale: è la chiusura del vecchio valico di Gradiška, tra i più trafficati tra Bosnia e Croazia, dopo il cedimento di una parte del vecchio ponte sulla Sava, fiume che fa da confine tra le due nazioni. L’opera collega la croata Stara Gradiška a Gradiška, in territorio bosniaco. O meglio collegava, fino all’una di notte di martedì, quando il «crollo di una parte del ponte» ha causato la sospensione del «traffico al valico di frontiera di Gradiška», ha informato il Bihamk, l’omologo bosniaco dell’Aci. Che fare, con il traffico bloccato, i Tir fermi, migliaia di automobilisti in attesa a valichi minori, già resi impraticabili a causa dei nuovi controlli Ue?

La soluzione sembrava a portata di mano. Si chiama “Gp Gradiška”, un modernissimo nuovo valico tra Croazia e Bosnia, localizzato in Republika Srspka, costato più di cento milioni di euro. Ma il nuovo valico – per complesse beghe fiscali e istituzionali sulla redistribuzione dell’Iva tra entità bosniache – non è stato mai aperto al traffico.

A tentare «per la sesta volta di aprirlo» è stato così il ministro delle Finanze del Paese, il serbo-bosniaco Srđan Amidžić, in quota Snsd, il partito di Milorad Dodik. Ma il tentativo è andato a vuoto, con il niet del Consiglio dei ministri. Il vulnus, ha spiegato il ministro degli Esteri bosniaco, Elmedin Konaković, un «debito da 150 milioni di marchi convertibili», 75 milioni di euro, che la Republika Srpska dovrebbe versare nelle casse centrali.

Da lì, l’escalation. Amidžić è infatti letteralmente esploso, accusando i colleghi ministri di etnia bosgnacco-musulmana di voler castigare senza motivo i serbo-bosniaci. E il nuovo no all’apertura del valico di Gradiška sarebbe la riprova che «questo Paese», la Bosnia, «non ha alcun futuro». Il ministro delle Finanze è poi entrato a gamba tesa contro Zijad Krnjić, fra i membri dell’Agenzia per le imposte indirette, accusato da Banja Luka di essere fra i colpevoli della tenzone relativa al valico. Krnjić è il «classico musulmano che odia i serbi» e punisce tutto il popolo con le sue azioni e quanto sta accadendo sarebbe la riprova «che la Sarajevo politica odia la Republika Srpska», ha rincarato Amidžić.

«Siamo due mondi diversi, non solo politicamente, ma anche dal punto di vista della civiltà», ha fatto eco lo stesso Dodik, eminenza grigia nazionalista e filorussa a Banja Luka. La rovina del ponte si fa così detonatore della nuova crisi. Le parole di Amidžić sono «un attacco alla dignità dei cittadini e all’ordine costituzionale», un comportamento «islamofobico e fascista», ha contrattaccato Sabina Ćudic, presidente del partito Naša Stranka.

Di «abuso d’ufficio e linguaggio d’odio» ha parlato invece il vicepresidente della Camera dei Rappresentanti, Denis Zvidić. «La dichiarazione sciovinista e islamofoba di Srđan Amidžić conferma che le autorità dell’entità serbo-bosniaca non hanno argomenti validi per nascondere il fatto che da quasi tre anni si appropriano di denaro appartenente alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina», l’attacco dell’Sda, il maggior partito bosgnacco. A rendere il tutto ancor più grottesco, l’apertura informale del nuovo valico, ma solo temporanea, fino ad agosto, decisa d’imperio dal ministero della Sicurezza. Bypassando il Cdm.

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