Serbia e Nato, la prima volta di una esercitazione congiunta con 600 militari

Arrivano nel Paese balcanico dalla Romania, dalla Turchia e dall’Italia: la manovra ha anche un valore simbolico forte, in tanti si ricordano le bombe sganciate nel 1999

Stefano Giantin
L’esercitazione congiunta Nato-Serbia (foto Nato)
L’esercitazione congiunta Nato-Serbia (foto Nato)

Centinaia di soldati di Paesi membri della Nato schierati in armi fianco a fianco di militari serbi, in una base militare nel Sud del Paese balcanico. Sembra uno scenario da fantascienza, in quella Serbia dove ancora tutti ricordano, con dolore e spesso ancora con rabbia, i bombardamenti del 1999. Ma accade veramente, in questi giorni. Alla base Jug e al poligono Borovac, nell’area di Bujanovac, è in corso «la prima esercitazione congiunta tra la Serbia e la Nato» nel suo complesso, ha annunciato il ministero della Difesa di Belgrado.

L’esercitazione, battezzata poco fantasiosamente “Nato-Serbia” (nome in codice: Nse26), vede la partecipazione di circa 600 militari, sia serbi sia personale straniero giunto nel Paese balcanico da Romania, Turchia. E Italia. Presenti in forze anche osservatori ed esperti da Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Francia e Montenegro.

Ma cosa ci fanno soldati e ufficiali Nato in un Paese orgogliosamente neutrale, storicamente vicino alla Russia e che si sta riarmando anche con massicci acquisti di armamenti da Pechino? È una semplice esercitazione «tattica» pensata per migliorare l’efficienza dell’esercito serbo e scambiare conoscenze con la Nato, ha assicurato il dicastero serbo.

L’esercitazione, è stato precisato, si svolgerà – fino al 23 maggio – nell’ambito del programma Nato Partnership for Peace, di cui la Serbia fa parte dal 2006, «nel rispetto della nostra neutralità militare».

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L’obiettivo di questa cooperazione – che già in passato ha visto militari serbi partecipare a manovre con Paesi Nato – è «preservare la pace e la stabilità nella regione, migliorare le capacità operative delle forze armate e rafforzare la fiducia e la comprensione reciproca» con l’Alleanza atlantica, ha giurato Belgrado. È una «opportunità per addestrarci, fianco a fianco coi colleghi dei Paesi Nato, per svolgere compiti relativi a operazioni di supporto alla pace e imparare gli uni dagli altri», ha confermato il colonnello serbo Branislav Stevanović, al comando della Nse26.

«Sia la Nato sia le forze armate serbe vantano una lunga esperienza nella pianificazione di importanti esercitazioni internazionali», ha fatto eco il comandante Ian Kewley, della Royal Navy, controparte Nato di Stevanović, in un comunicato dell’Allied Joint Force Command con sede a Napoli. Kewley ha tenuto a precisare che quella in atto è la «prima manovra tra Nato» nel suo complesso «e Serbia».

Di certo, le manovre Serbia-Nato vengono viste con favore a Washington, che aveva anticipato già a fine aprile di «attendere con ansia» le esercitazioni. Ma aveva al contempo sottolineato che «la cooperazione in materia di difesa e sicurezza» della Serbia «con partner inaffidabili», leggi Cina ma anche Russia, «crea una dipendenza strategica a lungo termine difficile da smantellare e complica la cooperazione futura».

Ma come leggere quanto sta andando in scena a Bujanovac? Come qualcosa di inedito. E di profondo valore simbolico. La Serbia, infatti, aveva deciso una moratoria nelle esercitazioni militari con partner stranieri dopo l’invasione russa dell’Ucraina e dal 2022 non sono state condotte manovre congiunte, come in passato, con Russia o Bielorussia. Ci sono state eccezioni, tuttavia: manovre con la Cina. E la partecipazione a Platinum Wolf nel 2023 e 2025, sotto egida Usa.

Ora, il grande abboccamento con quella Nato che l’84% dei serbi vede come fumo negli occhi, a 27 anni dalla guerra. Nse26 potrebbe essere un modo per «riparare il danno» del recente acquisto dei missili balistici cinesi e per «lanciare un messaggio a Mosca, alla luce di un raffreddamento dei rapporti» con la Russia, è la lettura dell’analista Aleksandar Stojanović citato dai media serbi. Di certo meno se ne parla meglio è, la strategia che sembra prevalere a Belgrado. Dove i media filogovernativi sembrano essersi “dimenticati” di Nse26. Forse intenzionalmente.

 

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