Serbia, l’allarme: «Vučić pronto a tentare un colpo di mano per rimanere al potere»
Dispiegamento massiccio di polizia e di provocatori la scorsa domenica sera per alimentare disordini e giustificare repressioni, così da annullare il voto. La ricostruzione del britannico Times. La replica: «Tutte menzogne»

Cosa è realmente successo – o meglio, cosa sarebbe potuto accadere – nella notte elettorale in Serbia, lungo le strade e nelle piazze di Belgrado, domenica 25 ottobre?
È una domanda che continua a circolare, in Serbia e all’estero, dopo le preoccupanti scene osservate a Belgrado a ridosso della chiusura dei seggi delle parlamentari. Un numero enorme di poliziotti, mezzi blindati e ćaci (termine dispregiativo per indicare gli studenti, ndr) filo-Vučić, arrivati domenica sera in gran forze a presidiare l’area tra Presidenza e Commissione elettorale nazionale (Rik), nel cuore della capitale. A che pro?
Una possibile risposta, inquietante, è arrivata dal giornale conservatore britannico The Times, che ha suggerito che Vučić avrebbe pianificato addirittura una sorta di «coup violento per rimanere al potere», ma avrebbe poi «deciso di desistere» dopo discussioni con «governi europei» di peso.
Secondo il Times, l’ormai ex «uomo forte» di Belgrado avrebbe pensato di agire in caso di risultati elettorali in bilico, cioè senza una forte maggioranza a sostegno di uno o l’altro contendente. Sulla base di una delle ipotesi raccolte dal quotidiano, la presunta strategia prevedeva il dispiegamento di polizia e gruppi filogovernativi, il provocare scontri per poi utilizzare gli eventuali disordini per negare la regolarità delle operazioni di spoglio e pretendere l’annullamento del voto. Il piano, secondo le fonti citate dal Times, sarebbe stato abbandonato non appena diventata evidente l’entità della vittoria della Lista degli Studenti.
E dopo presunte interlocuzioni con non meglio precisati leader europei. Si parla, ad esempio, di Orbán – ma altre indicazioni suggeriscono leader Ue di punta, della Francia o della Germania o lo stesso Antonio Costa. Da lì sarebbe poi derivata l’improvvisa ammissione in diretta della sconfitta, alle 21.30 circa, seguita dalla “fuga da Ćacilend” dei ćaci e dal progressivo ritirarsi della polizia.
Suzana Vasiljević, storica consigliera per i media dell’ex presidente, ha negato seccamente la ricostruzione al Times, sostenendo che la forte presenza di polizia in città sarebbe stata decisa solo per rispondere a possibili minacce di violenze di dimostranti.
Ma ciò non spiega – come osservato domenica sera – l’ingresso a Ćacilend di centinaia di supporter violenti di Vučić, i ćaci, fatti entrare da membri della polizia in tenuta antisommossa nel parco antistante la Presidenza. Non è finita. La sera di domenica, ambienti vicini agli Studenti avevano allertato media locali e internazionali e politici stranieri di «informazioni attendibili secondo cui l’Sns» di Vučić avrebbe inteso «radunare persone intorno alle 21, probabilmente con l’obiettivo di provocare scontri». «Gli studenti sono consapevoli della situazione e intendono evitare qualsiasi conflitto, soprattutto perché hanno raggiunto un risultato che merita di essere riconosciuto, a prescindere dal fatto che Vučić decida di farlo o meno», si leggeva nel messaggio inviato al Piccolo, un allarme poi rilanciato da eurodeputati come Sandro Gozi.
C’è di più. Come le denunce pubbliche di Radomir Saičić, accademico e candidato per gli Studenti, in odore di posizioni apicali nella prossima amministrazione. Saičić ha sostenuto in Tv che il presunto piano «per il mantenimento del potere con la violenza» sarebbe veramente esistito e sarebbe stato realizzato in caso di «risultati in bilico». Protagonisti sarebbero stati «diversi gruppi della criminalità organizzata», pronti anche ad arrivare a «conseguenze tragiche». E membri «corrotti della polizia».
A parlarne anche Spasoje Vulević, ex capo dell’Antiterrorismo (Saj), che ha svelato che a Belgrado, domenica sera, ci sarebbero stati «4.000 poliziotti e 3.000 teppisti», spediti a «proteggere il regime» già dalle 17, ora dell’arrivo dei primi blindati. Ma che non sarebbe stato dato alcun ordine di usare armi da fuoco.
E «gran parte degli agenti» in strada «era determinata ad agire professionalmente ed era completamente demotivata all’idea di intervenire contro i cittadini», ha raccontato Vulević al settimanale Vreme. Ma quale sarebbe stata la miccia del piano? Secondo Vulević, una rivendicazione della vittoria elettorale da parte di Vučić avrebbe potuto scatenare la rabbia di molti cittadini spingendoli a scendere in piazza, fornendo così alle autorità l’alibi per il ricorso al pugno duro.
Tutte menzogne, ha replicato ieri lo stesso Vučić, affermando di aver più volte, anche con i capi della polizia, assicurato che in caso di sconfitta avrebbe riconosciuto immediatamente il risultato, ma che in caso di vittoria avrebbe invece difeso l’esito delle urne.
Vučić che ha poi assicurato che «nessuno ha chiamato» dall’estero e di aver sentito solo Orbán, alle 23.15 e poi Macron, nella notte. Poi, ha suggerito di aver preso una decisione responsabile, da statista. Leggi, mentre lo spoglio procedeva a rilento e le proiezioni tardavano, ha ammesso la sconfitta sulla base dei «dati stratificati» già in possesso del suo Sns.
Riproduzione riservata © il Nord Est








