Pahor: «Ampliamento dell’Ue a Est, referendum nei Paesi entro il 2030»
La proposta dell’ex presidente della Slovenia: «È una necessità geopolitica, servono gli Stati Uniti d’Europa»

Un’accelerazione radicale del percorso d’adesione che porti alla nascita di veri «Stati Uniti d’Europa», attraverso un impegno più ambizioso della Ue e dei futuri Stati membri dei Balcani occidentali, che vanno accolti nei ranghi europei - magari in blocco - entro il 2030. Questa la ricetta per stabilizzare e integrare i Balcani nel club europeo che conta.
A proporla da Lubiana è un leader autorevole, forse uno dei pochi sinceri europeisti ancora sulla scena nel Vecchio continente. Si tratta di Borut Pahor, ex presidente della Repubblica di Slovenia, già premier, in passato anche europarlamentare e presidente del Parlamento.
Oggi ancora molto attivo sulla scena politica internazionale, Pahor lo è anche in veste di padrone di casa e anima del think tank Friends of the Western Balkans (Amici dei Balcani occidentali) che ha radunato proprio nella capitale slovena, per un vertice ad hoc, personalità del calibro degli ex presidenti Andrzej Duda (Polonia), Rosen Plevneliev (Bulgaria), Kolinda Grabar-Kitarović (Croazia) e Boris Tadić (Serbia).
Un parterre di tutto rispetto, nel corso del quale Pahor ha lanciato una serie di proposte e idee che dovrebbero essere ascoltate, nei corridoi del potere di Bruxelles e delle capitali europee che più contano. È «venuto il tempo di capire che c’è bisogno di un cambiamento nella strategia di allargamento», ha esordito Pahor, specificando che si tratta di una «necessità geopolitica» che richiede al contempo «cambiamenti all’interno dell’Unione europea». Cambiamenti che devono essere radicali, ha continuato Pahor, suggerendo che essi devono essere basati su una «riforma della Ue verso una unione più forte internamente ed esternamente, ossia gli Stati Uniti d’Europa».
Gli “United States” europei dovrebbero essere basati soprattutto su una «ambiziosa politica di allargamento, per andare a occupare gli spazi che devono essere nostri e che potremmo perdere». Il riferimento evidente è proprio ai Balcani, zona grigia dove negli ultimi anni potenze extra-Ue come Russia, Cina, Turchia e Paesi arabi stanno sgomitando per estendere le proprie influenze, particolarmente marcate in nazioni come Bosnia, Montenegro, ma anche in Albania e soprattutto in Serbia, dove Mosca e Pechino cercano di farla da padrone, a scapito della Ue.
Cosa fare, dunque? Pahor ha messo sul tavolo, pronta, una «strategia ambiziosa, ma non troppo». Quale? «Entro l’estate del 2030 vanno organizzati referendum sulla loro adesione alla Ue in tutti i Paesi candidati della regione», di concerto con Bruxelles. Ed entro quella data la Ue «deve prepararsi» per farsi trovare pronta «per questo passo» essenziale, ovvero per il “matrimonio” con i sei Paesi balcanici. Grabar-Kitarović e Tadić hanno da parte loro auspicato una «prospettiva credibile» di adesione.
La proposta di Pahor era stata suggerita dallo stesso ex presidente sloveno già ad aprile in una conversazione con la Bbc, durante la quale aveva ipotizzato l’ingresso dei Balcani “in blocco”, sempre che gli elettori balcanici dicano sì ai referendum. Un sì che tuttavia appare scontato in cinque Paesi su sei, dove la quota degli europeisti veleggia tra il 60 e l’86% di Tirana. Dubbi soltanto sulla Serbia, dove il numero dei pro-Ue viene segnalato da tempo in calo. Ma ci sarebbe comunque una maggioranza: un sondaggio realizzato dal Center for European Policy, in primavera, ha infatti suggerito che il 41,6% dei serbi voterebbe sì, il 32,4% no, con un 26% di indecisi. —
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