Bosnia, il gasdotto targato Trump fa vacillare un miliardo di fondi Ue
Il progetto da 1,5 miliardi è stato affidato senza gara a un’azienda Usa vicina al presidente: Sarajevo riceverà metano dalla Croazia evitando la dipendenza da Mosca

Un Paese balcanico ancora extra-Ue, ma che punta all’adesione, dopo tanti intoppi e ritardi riesce a sbloccare un progetto-chiave pensato per azzerare la dipendenza energetica da Mosca. Ma lo fa affidandosi a figure prossime a Trump. E ora rischia di pagare il fio: leggi, di perdere un miliardo di euro in fondi Ue.
È questo il destino che potrebbe toccare alla Bosnia-Erzegovina, dove continua a tenere banco la questione del cosiddetto Interconnettore meridionale, futuro gasdotto che andrà ad allacciare il Paese balcanico alla rete di distribuzione del gas Ue permettendo così a Sarajevo di ricevere metano dal rigassificatore croato di Krk (Veglia) sganciandosi dalle forniture di gas russo via Serbia.
La realizzazione del nuovo gasdotto Bosnia-Croazia ha ricevuto luce verde dalle autorità della Federazione bosgnacco-croata questo mese. I lavori – stimati in 1,5 miliardi di euro, cifra che includerebbe anche investimenti in altre infrastrutture come gli aeroporti di Sarajevo e Mostar – saranno affidati, come investitore principale, all’americana Aafs Infrastructure and Energy.
L’impresa, fondata l’anno scorso, è rappresentata da uomini vicinissimi al presidente Usa Donald Trump, Joseph Flynn e Jesse Binnall. Binnall, avvocato, è noto per essere stato parte del team che difese Trump dalle accuse di aver istigato all’assalto del Campidoglio; è stato lui a confermare che l’Interconnettore è «una priorità» per l’attuale amministrazione Usa.
Flynn è invece fratello dell’ex consigliere alla sicurezza nazionale Usa, Michael. Oggi Michael Flynn sarebbe fra i lobbisti che lavorano a Washington a favore di Milorad Dodik, l’ex presidente della Republika Srpska filorusso e filo-Trump.
Tutto bene ora che Washington è in campo – sebbene in via indiretta – per allontanare la Bosnia dalla dipendenza energetica russa? Non proprio. Lo confermano le mosse dell’Unione europea, cui pure la Bosnia-Erzegovina aspira. L’Ue non sembra avere gradito il modo in cui Sarajevo si è mossa sul fronte dell’Interconnettore meridionale, affidando senza gara la realizzazione di un progetto colossale a una oscura impresa d’oltreoceano.
La riprova sta in una lettera, divulgata dai media bosniaci, firmata dall’ambasciatore Luigi Soreca, numero uno della Delegazione Ue in Bosnia. Rivolgendosi alla premier bosniaca Borjana Krišto e al primo ministro della Federazione, Nermin Nikšić, Soreca ha suggerito di «rispettare gli obblighi» dell’Accordo di stabilizzazione e associazione con la Ue e i principi che regolano il «percorso d’adesione» alla Ue.
Un promemoria per ricordare a Sarajevo di coordinare le politiche energetiche con la Ue, è l’interpretazione resa pubblica da Bruxelles. Ma tra le righe si nasconderebbe un messaggio forte, secondo media autorevoli come Guardian e Radio Europa Libera. La legge speciale sul gasdotto sarebbe quantomeno problematica perché non sottoposta all’attenzione della Commissione Ue come previsto dagli accordi. E soprattutto perché affida alla Aafs, di fatto senza gara, un progetto importantissimo.
Le conseguenze? Potenzialmente un nuovo ostacolo per la Bosnia sulla via accidentata verso la Ue. E soprattutto il rischio di congelamento di circa un miliardo di fondi nell’ambito del Piano di crescita Ue per i Balcani. Sulle barricate anche una cinquantina di Ong, che hanno chiesto lo stop all’interconnettore. Facendo appello a Sarajevo a puntare sulle rinnovabili, non sul gas.
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