Nella Dichiarazione di Atene il patto dei Balcani per l’Ucraina

ATENE. Vent’anni dopo Salonicco, Atene. E l’Europa che conta, assieme ai Balcani ancora fuori dalla Ue, condannano ancora una volta l’aggressione russa e provano a cancellare, partendo da un vertice informale nella metropoli greca, due decenni di ritardi e promesse mancate, ribadendo che i Balcani – e ora anche Moldova e soprattutto Ucraina – sono fra le priorità più alte dell’Ue.
È questo il succo di quella che sarà ricordata come la Dichiarazione di Atene, un documento concordato dopo la cena voluta nella capitale ellenica dal premier greco Kyriakos Mitsotakis, ospiti i più importanti leader della regione, assieme alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel e soprattutto al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
La Dichiarazione, si legge nel testo postato dalla presidenza del Consiglio greca, è un atto di sostegno forte all’Ucraina firmato dai rappresentanti di undici Paesi europei, ma rappresenta anche un impegno per rilanciare quel processo di integrazione europea che da troppi anni è al palo.
Bisogna però ripartire con forza e rapidamente perché, si legge nel punto uno della Dichiarazione, «l’invasione russa dell’Ucraina è un momento cruciale per l’Europa», per la «sicurezza, la pace e la stabilità» del Vecchio continente ma anche per quelle «leggi e principi» che hanno contribuito a mantenere «la pace» per tanti decenni, dopo la Seconda guerra mondiale.
E tutti i leader presenti ad Atene, incluso Aleksandar Vučić, presidente di quella Serbia spesso messa alle strette dall’Occidente per non aver imposto sanzioni contro Mosca, hanno deciso di mettere nero su bianco il proprio «sostegno incrollabile all’indipendenza dell’Ucraina», rappresentata anche visivamente dalla presenza ad Atene di Zelensky. Sostegno che è anche un appoggio senza se e senza ma «all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale» di Kiev, «all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti».
Ancora più significativo è il quarto punto, quello in cui tutti i leader firmatari – Vučić, la presidente moldava Maia Sandu, Zelensky, il leader montenegrino Jakov Milatović, il padrone di casa Mitsotakis, i premier romeno Marcel Ciolacu e kosovaro Albin Kurti, la presidente del consiglio dei ministri bosniaca Borjana Kristo, il macedone Dimitar Kovachevski e il suo omologo bulgaro Nikolaj Denkov, oltre al premier croato Andrej Plenković, Michel e von der Leyen - hanno concordato che «non ci può essere impunità» per «i crimini di guerra e altre atrocità».
Violenze, massacri e conflitto che un giorno finiranno. E la pace, si spera, porterà anche a ridisegnare in modo radicale frontiere e equilibri. Il vertice informale ad Atene, infatti, è stato organizzato a vent’anni dal summit Ue-Balcani occidentali di Salonicco, quando l’integrazione della regione sembrava una massima priorità; ma in vent’anni ad aderire alla Ue è stata solo la Croazia, mentre gli altri Paesi, per diverse ragioni, rimangono al palo. Se però già nel 2003 era chiaro che «i Balcani appartengono alla Ue, siamo fermamente convinti» che il concetto «sia oggi più rilevante che mai, perché la guerra ha disvelato il bisogno di una Ue forte, resistente e inclusiva, pietra angolare della pace e della prosperità», si legge nella Dichiarazione. Da qui l’auspicio-appello all’ingresso nell’Unione di tutti i Paesi balcanici, ma anche di Ucraina e Moldova, un «investimento strategico per la pace, sicurezza e la stabilità». E la richiesta, «a vent’anni dal summit di Salonicco, per l’adozione» da parte di Bruxelles di una «strategia ambiziosa» per portare a termine il lavoro. E per includere nel club, non in tempi biblici, i Paesi che ambiscono alla bandiera blu con le dodici stelle.
«Ipotizzare da oggi per i prossimi anni un’Europa così grande non comporta solamente il lanciare il cuore oltre l’ostacolo ma anche una riflessione: le nozze non si fanno con i fichi secchi. Che capacità finanziaria e che modello immaginiamo noi per costruire questa dimensione?», si è però chiesto ieri il ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto; una posizione simile a quella più volta espressa in particolare dalla Francia.
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