Elezioni in Serbia, Vučić ammette la sconfitta: maggioranza assoluta agli Studenti dopo un'affluenza record
Con il 52% delle preferenze la Studentska Lista conquista fino a 140 seggi. Belgrado esplode in piazza: crollo del regime dopo 14 anni

Un’affluenza impressionante, vicinissima a quella record del 2000 – voto che fu la miccia della caduta del regime di Milošević – sicuramente la più alta di sempre alle parlamentari nella Serbia democratica, aveva fatto già intuire che qualcosa di storico stava bollendo in pentola. Poi, alle 21.32, quando tutti in Serbia attendevano davanti alle tv le prime proiezioni e i risultati, è arrivata la bomba. «Abbiamo perso», ha annunciato lo stesso ex presidente Vučić, in corsa per il premierato, in diretta dalla sede del suo Partito progressista, mentre Belgrado esplodeva in urla di gioia, “cacerolazos” dalle terrazze e caroselli in strada. «Vučić se ne va», hanno urlato in strada a migliaia, manifestando una felicità simile a quella di una vittoria ai Mondiali.
È questo l’esito esplosivo delle storiche elezioni parlamentari anticipate andate in scena in Serbia, voto storico che ha visto prevalere la Studentska Lista (Sl), Lista studentesca che, a detta di Vučić, ha ottenuto «tra i 135 e i 140 seggi» in Parlamento, dunque la maggioranza assoluta nell’Assemblea composta da 250 deputati. «Abbiamo perso chiaramente» alle urne, ha ammesso Vučić. Secondo le proiezioni rese note da leader della lista “Aleksandar Vučić – Ujedinjena Srbija“ (Serbia Unita), la coalizione elettorale col numero 1 sulla scheda, costruita attorno al Partito progressista serbo (Sns), al potere dal 2012, avrebbe conquistato solo 105 seggi.
A stretto giro di posta, sono arrivate conferme indipendenti. Sono quelle degli analisti di Ipsos-Cesid, che hanno quotato la Studentska lista – Studenti pobedjuju” (Lista studentesca, gli Studenti vincono) addirittura al 52%, Serbia Unita al 39,3%. La Lista studentesca avrebbe conquistato così 138 seggi, 104 Serbia Unita. Nessun’altra lista, a parte quelle delle minoranze etniche, sarebbe riuscita a entrare in Parlamento. Sotto la soglia di sbarramento, “Ivica Dačić – Faktor stabilnosti”, listone che vedeva come protagonista il Partito socialista (Sps) di Dačić, da sempre alleato di Vučić, assieme a Jedinstvena Srbija (Js), Socijaldemokratska partija Srbije (Sdps) e Zeleni Srbije. E pure “Autentična desnica – Miloš Jovanović“ (Destra autentica), con Nova Demokratska stanka Srbije e Monarhisti, alleanza conservatrice di destra, con tendenze nazionalistiche, ma contraria al blocco Vučić. Ed “Evropska Srbija – Marinika Tepić – Zdravko Ponoš” (Serbia europea), alleanza liberale ed europeista tra Stranka slobode i pravde, Srbija Centar – Srce, Solidarnost – Samoodbrana – Oslobođenje, quello che rimaneva della “vecchia” opposizione dopo l’esplosiva discesa in campo della Studentska Lista. «Gli studenti hanno vinto», ha confermato poi la Lista studentesca.
A colpire anche il dato dell’affluenza, stimata dalle organizzazioni Crta e CeSID poco sotto il 68% a un’ora dalla chiusura dei seggi, in un Paese dove alle ultime quattro consultazioni parlamentari non aveva mai superato il 59%. Già dalle prime ore del mattino era stato chiaro che la mobilitazione elettorale sarebbe stata imponente, con il 20% degli elettori recatisi alle urne già alle 10 del mattino, più del doppio rispetto alle elezioni del 2023. Il record è finora quello del 71,6% delle presidenziali jugoslave del 2000 – che poi portarono alle proteste del 5 ottobre e al crollo di Milošević – seguito dal 68,1% del secondo turno delle presidenziali del 2008 e dal 61,3 delle parlamentari del 2008. Ma non si è votato solo in Serbia, ma anche in 37 Stati all’estero, dove erano stati allestiti 93 seggi. Lunghissime le code per votare – anche oltre sette ore - in città come Parigi, Madrid, l’Aja, Bruxelles, Lubiana, Düsseldorf, Oslo, Praga, Berna, Zurigo, Berlino, Sarajevo, Chicago.
Numerose le segnalazioni di presunte irregolarità alle urne, almeno secondo organizzazioni indipendenti, mentre la Commissione elettorale nazionale (Rik) ha parlato fin dal mattino di procedure in generale regolari e rispettate. E di pochi casi problematici. Gli osservatori dell’autorevole organizzazione CeSID hanno però denunciato oltre 300 casi durante le operazioni di voto, segnalando in particolare «minacce alla segretezza del voto», con molti episodi «di fotografie alle schede elettorali attraverso cellulari», segnale di pressioni sull’elettorato, voti «al di fuori dai seggi» e «di gruppo».
A suscitare preoccupazioni tra i cittadini, a Belgrado, anche le strade completamente bloccate attorno all’edificio della Commissione elettorale nazionale (Rik) con barriere metalliche e polizia in tenuta antisommossa, fin dal mattino del voto e per la prima volta a memoria di giornalisti. E pure il ritorno di decine e decine di “ćaci” filo-Vučic, vestiti di nero e con visi nascosti da mascherine, nell’accampamento di Ćacilend, tra Presidenza e Parlamento, fatti entrare senza problemi dopo le 19 dalla polizia, come ha osservato sul posto chi scrive. Ma poi l’ammissione di Vučić della sconfitta ha cambiato d’improvviso il quadro e l’atmosfera. E lasciato spazio a feste e danze in piazza, mentre i ćaci lasciavano di soppiatto la barca che affonda.
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