La Serbia a un bivio: «Un voto cruciale per le istituzioni libere»

L’analisi di Jelena Vasiljević, dell’Università di Belgrado: «Elezioni polarizzate dalla figura di Vučić e dal suo regime. Il ritorno allo stato di diritto è essenziale per l’adesione all’Ue»

Laura Blasich
Jelena Vasiljević
Jelena Vasiljević

La Serbia è a un bivio, tra il già presidente Aleksandar Vučić e la Lista degli Studenti: le elezioni parlamentari di oggi sono cruciali per il futuro democratico del Paese. Ne è convinta Jelena Vasiljević, ricercatrice senior dell’Istituto di filosofia e teoria sociale dell’Università di Belgrado, che collabora con l’Università di Trieste in qualità di visiting professor del Dipartimento di Scienze politiche e sociali.

Abbiamo assistito a una mobilitazione di massa nelle piazze di Belgrado. Esiste una profonda frattura culturale e generazionale tra i giovani delle aree urbane e l’elettorato più anziano o residente nelle zone rurali, che sostiene il sistema di Vučić?

«No, in Serbia oggi la situazione non è affatto questa. Il potere di Vučić non poggia su un segmento demografico specifico, ma si fonda tutto su un sistema clientelare e profondamente corrotto, in cui il suo regime controlla tutte le istituzioni statali, i principali organi di informazione e le risorse pubbliche, e in cui gran parte dell’elettorato è legato al partito al governo e al regime da forti vincoli di dipendenza. Pertanto, questa mobilitazione – che, per l’ampiezza della risposta dei cittadini, ha superato quella contro Milošević all’inizio del 2000 – non è una questione puramente generazionale o culturale: siamo di fronte a un movimento che coinvolge l’intera cittadinanza contro un autocrate che ha usurpato tutte le istituzioni pubbliche».

La campagna elettorale è stata definita polarizzante. A quali miti o paure collettive hanno fatto appello i partiti per mobilitare l’elettorato?

«La polarizzazione non riguarda grandi narrazioni o miti: non si parla di Kosovo, Unione europea, identità nazionale. La figura che crea polarizzazione è Aleksandar Vučić. Uno degli slogan principali che si possono vedere e ascoltare durante le proteste è: “O la Serbia o la mafia”. Altre questioni – legate a storia, identità o persino politica estera – sono del tutto secondarie e, per quanto riguarda il movimento studentesco, non danno luogo a fratture profonde e insormontabili. Si è raggiunto un solido consenso sul fatto che queste elezioni riguardino la liberazione dello Stato e la creazione di un quadro istituzionale democratico all’interno del quale, in seguito, tutti gli altri dibattiti nazionali potranno svolgersi in modo significativo».

La Lista degli Studenti mantiene una posizione cauta sul Kosovo. Perché la questione rimane un tabù identitario insormontabile, pure per le generazioni più progressiste?

«L’intera questione è estremamente complessa e satura di emozioni, facili da sfruttare a fini politici. Devo ammettere che sarebbe ingiusto pretendere che il movimento studentesco affronti il tema in modo diverso. Ciò che trovo incoraggiante è che insista anche sulla ricostruzione di basi istituzionali sane, necessarie per consentire, innanzitutto, qualsiasi discussione significativa sul futuro delle relazioni tra Serbia e Kosovo».

Può il movimento studentesco vincere davvero le elezioni? E, in caso di vittoria, è sufficientemente strutturato per governare?

«I sondaggi suggeriscono che possa vincere. Il movimento ha dimostrato di essere straordinariamente ben organizzato e, in questo senso, ha colto tutti di sorpresa. È vero che i candidati della loro lista sono privi di esperienza politica e dovranno costruire una struttura organizzativa. Eppure, tutte le componenti progressiste e democratiche della società si sono dimostrate pronte e disponibili a offrire il proprio sostegno. Nella società, infatti, è fortissima la consapevolezza di trovarsi di fronte a una situazione storica. Credo dunque che saranno profusi grandi sforzi per ridurre al minimo il rischio che questa nuova forza politica si sfaldi prima di portare a termine il suo compito principale: gettare le basi per un ordine politico democratico».

Sempre in equilibrio geopolitico, Vučić nel suo ultimo spot elettorale sembra prendere le distanze dall’Unione europea. A quale segmento dell’elettorato si sta rivolgendo? E in che misura il percorso verso l’Ue potrebbe diventare impraticabile?

«Allo stesso tempo, la sua campagna elettorale avverte che la Lista degli Studenti potrebbe allontanare la Serbia dall’Ue. Continua dunque a inviare messaggi ambivalenti a pubblici diversi. Personalmente e professionalmente, sono profondamente impegnata nel processo di integrazione europea della Serbia. Ho sempre sostenuto che, sotto il governo di Vučić, la Serbia non abbia un futuro europeo, semplicemente perché il suo modo di governare ci ha allontanati sempre di più dallo stato di diritto e dalla democrazia: affrancarsi da un simile sistema di potere e impegnarsi nella battaglia per istituzioni democratiche sono passaggi indispensabili per poter proseguire in concreto il processo di adesione».

 

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