Tensione in Bosnia per la “guerra dei gigli”: la Republika Srpska vieta la storica bandiera
La Corte Costituzionale di Banja Luka dà il via libera alle sanzioni, ma i partiti bosgnacchi annunciano battaglia legale davanti ai giudici nazionali

Una faccenda delicata, che da settimane sta infiammando lo scenario politico nazionale e fa discutere l’opinione pubblica. E che ora si riaccende, dopo un giudizio quantomeno controverso. Destinato a lasciare il segno. Accade in Bosnia-Erzegovina, dove è tornata prepotentemente d’attualità quella che potrebbe essere definita la “guerra dei gigli”.
Gigli che campeggiavano sulla bandiera dell’Armata della Bosnia-Erzegovina (Arbih), richiamati anche nella bandiera della Bosnia-Erzegovina dal 1992 al 1998, uno dei simboli – almeno a Sarajevo – della lotta dei bosgnacchi per la sopravvivenza, durante la sanguinosa guerra degli Anni Novanta.
Vessillo, quello dell’Arbih, che a inizio luglio era finito nel mirino delle autorità politiche serbo-bosniache, con il parlamentino di Banja Luka che aveva adottato discussi emendamenti al Codice penale della Republika Srpska per criminalizzare l’esposizione di bandiere dell’Arbih, ma anche di simboli che richiamassero il regime filonazista degli ustascia, sul territorio dell’entità politica serbo-bosniaca.
Durissime le pene per chi sgarra, fino a tre anni di galera. Si tratta di un chiaro tentativo di «riscrivere la storia» dell’ultimo conflitto e di «criminalizzare i simboli» della Bosnia-Erzegovina, aveva affermato ai tempi il partito Naša Stranka, che aveva rincarato, accusando l’eminenza grigia di Banja Luka, Milorad Dodik, di voler soffiare ancora una volta sul fuoco delle tensioni interetniche.
Si vuole trasformare i bosgnacchi «in un popolo di terza classe», aveva stigmatizzato il deputato Ramiz Salkić. Promettendo battaglia – perché i bosgnacchi musulmani «non smetteranno di avere a cuore ciò che fa parte della loro tradizione», inclusa «la bandiera con i gigli».
E i problemi concreti si sono subito presentati, come nel caso di un automobilista di Bosanski Novi sanzionato ad agosto nell’area di Prijedor, per aver avuto in auto una bandiera coi gigli. Un mese e mezzo dopo, la questione torna caldissima. La miccia, le mosse della Consulta serbo-bosniaca. Che, interrogata sugli emendamenti approvati a luglio, ha deciso che essi «non violano gli interessi vitali» dei bosgnacchi musulmani.
La legge contestata «non fa riferimento alla bandiera della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina», ma “solo” a quella dell’Armata che combatteva contro gli sgherri di Mladić e Karadzić, né mette in discussione la «continuità giuridica internazionale» del Paese balcanico, hanno sostenuto i giudici serbo-bosniaci.
Lo hanno fatto malgrado i critici, che avevano denunciato che il divieto avrebbe potuto colpire anche la prima bandiera storica della Bosnia del dopoguerra, non solo quella dell’Arbih. Insomma, vietare una bandiera storica, importantissima per metà Paese, è lecito e non problematico, almeno secondo la Consulta serbo-bosniaca.
Non la pensano così tuttavia in molti, in Bosnia. «Presenteremo ricorso alla Corte Costituzionale della Bosnia ed Erzegovina contro le modifiche al Codice Penale della Repubblica Srpska», ha annunciato a stretto giro di posta l’Sda, uno degli storici partiti bosgnacchi di Sarajevo. Il tempo che gli emendamenti entrino in vigore e la Consulta di Sarajevo «sarà attivata», ha confermato anche il politico bosgnacco Alija Tabaković. I giudici costituzionali nazionali «annulleranno» sicuramente le controverse norme, l’auspicio di Salkić. E la guerra dei gigli è solo all’inizio.
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