I migranti che tentano di attraversare i confini sloveni aumentano del 37%, ma la Rotta Balcanica è ferma

Gli ingressi avvenuti il larga parte ai confini meridionali con la Croazia a bordo di Tir e furgoni. I più numerosi sono i cittadini del Bangladesh, seguiti da afghani, egiziani e sudanesi

Stefano Giantin

Un Paese che va in controtendenza rispetto al trend generale della Balkan Route. È la Slovenia, che ha registrato quest’anno un accentuato aumento dei passaggi irregolari della frontiera da parte di migranti, anche se i numeri non sono lontanamente paragonabili a quelli del picco della crisi migratoria.

Il quadro emerge dalle nuove statistiche rese pubbliche questa settimana dalla polizia di Lubiana, che ha informato di aver rilevato, da gennaio a luglio, oltre 17.000 casi di «passaggio illegale delle frontiere», con un aumento addirittura del 37% rispetto allo stesso periodo del 2025.

A dominare, in termini di nazionalità, sono stati a sorpresa i cittadini del Bangladesh, con più di 3.000 identificati. Al secondo posto, afghani (2.186), seguiti da egiziani (1.903) e sudanesi (1.794).

A colpire le autorità di Lubiana, in particolare, il vero e proprio boomdi arrivi dal Sudan. L’anno scorso, i sudanesi rintracciati erano stati solamente 11, contro i quasi 1.800 del 2026. In forte crescita, praticamente raddoppiati, anche gli arrivi dal Pakistan (1.395).

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La porta d’ingresso dei migranti irregolari scoperti dalle forze dell’ordine slovene? In grandissima parte la vicina Croazia, come dimostra la polizia del dipartimento di Novo Mesto, dove si sono registrati i tre quarti degli ingressi irregolari. Si arriva nei modi più disparati, spesso nascosti su Tir e furgoni.

Vedi l’arresto, a metà mese, di un serbo e di uno slovacco, responsabili del trasporto di quasi 130 migranti senza documenti. Il serbo aveva nascosto decine di stranieri sul retro del Tir che guidava ed è stato arrestato vicino al paesino di Drnovo. Sempre nei dintorni di Drnovo è stato fermato anche lo slovacco, di 27 anni, che in un furgone aveva stipato 27 migranti, di cui 25 egiziani, un turco e un russo.

In entrambi i casi, gli arresti sono stati resi possibili da segnalazioni di residenti, la cui «vigilanza» è «di fondamentale importanza», ha fatto sapere la polizia della Slovenia. Slovenia che a metà giugno ha abolito i controlli a campione alle frontiere con Ungheria e Croazia, ripristinando la libera circolazione e puntando su controlli mobili e ad hoc.

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Non sembra tuttavia esserci collegamento tra l’aumento dei flussi e l’abolizione dei checkpoint: già prima del ritorno a Schengen era stata registrata una crescita degli arrivi irregolari. Di certo, Lubiana non intende tornare al passato.

Lo ha garantito il ministero degli Interni, rispondendo a una interrogazione della deputata del Movimento Libertà (Gs) Jana Jerman, circa la possibilità di un «ripristino di barriere» fisiche alle frontiere meridionali con la Croazia. «Non intendiamo farlo», ha assicurato il dicastero, sottolineando che «la situazione attuale è molto differente rispetto a quella del 2015».

La polizia slovena prevede invece di ampliare l’uso della tecnologia, con videosorveglianza, telecamere mobili e termiche e droni.

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Come si spiega allora il fenomeno? Con alta probabilità si tratta dei cosiddetti movimenti secondari”, di persone già presenti da tempo nella regione, che ritentano il viaggio verso l’Europa più ricca. Lo confermano altri numeri, che suggeriscono che la Rotta Balcanica è ben lontana da una forte ripresa dei transiti.

Secondo Frontex, ad esempio, i rintracci alle frontiere esterne Ue coi Balcani sono stati solo 4.910 da gennaio a luglio (-26%). La Croazia, tuttavia, secondo gli ultimi dati (aggiornati a metà maggio), ha registrato più tentativi, falliti, di attraversamento illegale (11.200, +53%). In Serbia, al contrario, i migranti registrati nel primo semestre sono stati solo 2.224 (-46%). Anche in Ungheria i migranti respinti alle frontiere sono stati solo 1.400 (-74%).

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