Il pugno di ferro non ha mai ridotto la criminalità

Bisogna essere fermi con chi viola le regole, tuttavia non saranno nuove norme a frenare chi vuole assaltare la società. Basterebbe applicare bene quelle che ci sono e lavorare sul potenziale virtuoso del Paese, investendo su tessuto sociale, famiglia, coesione, istruzione, formazione e accesso al lavoro, casa, inclusione di chi è qui per crescere

Marco ZatterinMarco Zatterin
Scontri e danni a Milano
Scontri e danni a Milano

Non ci sono prove concrete, solide e diffuse per affermare che la severità delle sanzioni penali riduca la criminalità. Al contrario, esperti e giuristi sostengono che l’inasprimento delle punizioni faciliti la reiterazione dei reati in base al principio del “tutto è già perduto”. L’88 per cento dei criminologi americani ritiene che la pena capitale non scoraggi gli omicidi. Secondo il Center for Advancing Correctional Excellence (Ace!) di Fairfax, Virginia, molti Stati a stelle e strisce che hanno abolito la condanna a morte riscontrano un numero di delitti inferiore a quelli che continuano ad applicarla.

Vuole dire che la minaccia di una più lunga reclusione, come quella di essere terminati da una iniezione letale, non è un fattore determinante nelle ragioni che portano a compiere il peggiore degli atti, ovvero spezzare la vita a un essere umano.

Ferma restando la totale e inequivocabile disapprovazione per chi devasta, aggredisce e distrugge, è legittimo domandarsi se un castigo più aspro possa in qualche modo arrestare l’ondata di violenza che si riversa nelle nostre piazze. In realtà, non ci si astiene dallo sfasciare un’auto della polizia o una vetrina solo perché, nel caso si arrivi a processo, ti ingabbieranno per due anni invece che uno. Non succede, perché richiederebbe la consapevolezza di antagonisti e maranza che quasi sempre latita, mentre è palese che sono soprattutto l’impeto del momento e la scossa del branco che conducono a sfidare con atti ingiustificabili un mondo nel quale non ci si ritrova. Nel dubbio, si può rileggere il milanese Cesare Beccaria che nel 1764 scriveva: “Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse”.

Ecco il punto. Il governo in carica ha dimostrato dal principio una propensione ad aggravare le sanzioni e creare nuovi reati piuttosto che intervenire sul motore della società e cercare di mitigare, per quanto possibile, le cause che generano il male. Ora, dopo gli inaccettabili scontri degli ultimi giorni, lo sta rifacendo. Si innalzano le pene, si fa la voce grossa, perché è senza dubbio più facile che curare le radici dei comportamenti criminali. Non si può stare con chi devasta. Bisogna però considerare che fra i giovani c’è una sensazione di malessere generale che si trasforma in rabbia e può degenerare. È un contesto ancora più pesante per “gli stranieri” nati qui, trattati da una parte della politica e della società come “altro da noi”, gente nemica da ghettizzare se proprio non si riesce a “remigrarla”.

Bisogna essere fermi con chi viola le regole, tuttavia non saranno nuove norme a frenare chi vuole assaltare la società. Basterebbe applicare bene quelle che ci sono e lavorare sul potenziale virtuoso del Paese, investendo su tessuto sociale, famiglia, coesione, istruzione, formazione e accesso al lavoro, casa, inclusione di chi è qui per crescere.

Certo, non è semplice e costa parecchio, allora pare meglio una miope messinscena gridando “in prigione, in prigione e che vi serva da lezione!”. Forse porta voti. Ma non risolverà il drammatico disagio diffuso in una collettività che fatica ad arrivare alla fine del mese e ha bisogno di un governare illuminato. Tanto meno bloccherà l’onda che inquina le città, e il futuro, con la sua disperante macchia di veleno.

 

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