Chi sopravvive alla babele delle leggi elettorali
Meloni ha già lanciato la formula ingegnosa di «campo larghissimo» contro il campo largo della sinistra e Vannacci, significando che votare per l’una o per l’altro sarà lo stesso

Davvero con il nuovo sistema elettorale e con l’attuale incertezza del quadro politico, come molti preconizzano, si rischia un “pareggio” che nel 2027 renderà il Paese ingovernabile? È cioè davvero probabile che nessuna delle due coalizioni superi il 42% che darebbe luogo al premio di maggioranza? Chi scrive non lo crede affatto. Crediamo invece, come argomenteremo a breve, che il ciclo elettorale che ci attende fra Parlamento e Comuni infliggerà al cittadino una babele di regole cervellotica e contraddittoria, con diversità sostanziali persino tra città e città.
Quanto al contesto nazionale, molti (chi in fondo il pareggio se lo augura, per liberare i maneggi post-elettorali dalle briglie imposte dal voto) trascurano un elemento psicologico fondamentale: l’influenza che la consapevolezza del premio di maggioranza eserciterà nell’urna a favore delle due coalizioni di destra e sinistra, e contro chi ne starà fuori (Vannacci e Calenda, in sostanza).
Piaccia o meno, il premio è una cosa chiara: chi vince superando il 42% dei voti governa, perché ottiene il 55% dei seggi. Semplice da comunicare e da capire. L’effetto sarà polarizzante, perché all’elettore sarà reso evidente che il voto “utile” sarà a favore dell’uno o dell’altro, e che una scelta terza sarà sprecata o peggio utile all’avversario.
Non a caso Giorgia Meloni ha già lanciato la formula ingegnosa di «campo larghissimo» contro il campo largo della sinistra e Vannacci, significando che votare per l’una o per l’altro sarà lo stesso. E non a caso Elly Schlein si mostra «testardamente unitaria» nel tenere insieme una coalizione centrifuga, ben sapendo che si vince solo se uniti a ogni costo. Un problema di entrambi gli schieramenti (internamente flagellati su Ucraina, spese militari, Putin e Trump, pensioni e manovra finanziaria), ma che la destra da trent’anni riesce a scopare sotto il tappeto.
Ebbene, l’esigenza del «tutti dentro» si proporrà anche alle elezioni amministrative della prossima primavera, maggiorato da un’ulteriore frammentazione di regole nel frattempo intervenuta. La tornata sarà massiccia a Nordest. Si rinnoveranno i sindaci di più di duecento Comuni, tra i quali Padova, Trieste, Verona, Belluno e Gorizia. Ma mentre per i municipi veneti, come per il resto d’Italia, si continuerà ad andare al ballottaggio tra i due più votati se nessuno raggiungerà il 50% al primo turno, a Trieste e Gorizia – per effetto della legge regionale del 2024 – basterà superare il 40% per passare al primo giro. Conseguenza diretta: in Friuli Venezia Giulia il ballottaggio scompare o quasi, l’elezione al primo turno è quasi certa, la compattezza della coalizione ancor più determinante.
Nella babele dei sistemi, siamo al massimo. In Friuli Venezia Giulia si voterà anche per le Province, che in Veneto non esistono più. Il 45% dei voti garantirà l’elezione al candidato sindaco di Trieste, ma solo il ballottaggio a quello di Padova, con qualche dubbio di costituzionalità su cui non ci addentriamo. Come poi spiegarlo al cittadino, è mistero a cui ci arrendiamo.
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