Quanto vale l’ambiente in un deserto industriale

Il caro energia si lega al processo di decarbonizzazione. Sotto accusa il sistema Ets: il nodo riguarda il conflitto di interessi con il Nord Europa

Francesco MorosiniFrancesco Morosini

Il caro energia, argomento decisivo per l’economia del Paese, si lega al processo di decarbonizzazione. Tema lasciato irrisolto dal recente Consiglio europeo. Il rischio è l’eteronomia dei fini: ossia che il mezzo, la decarbonizzazione, abbia, come esito perverso, la desertificazione industriale.

Al riguardo il Rapporto di previsione 2026 di Confindustria è chiaro: “Le chiusure d’impianti valgono circa la metà (48%) della riduzione di emissioni”. Sotto accusa sono gli ETS (Sistema Europeo di scambio delle quote di CO2).

La filosofia dello strumento è di mercato: rendere costosa la CO2 per incentivare l’adozione di tecnologie più pulite. Purtroppo l’esito, come detto, è il combinarsi di caro energia e decarbonizzazione come crisi industriale.

Aggiunge preoccupazione l’ETS 2, sebbene il Consiglio europeo abbia deciso ulteriori approfondimenti, perché potrà incidere ulteriormente sui consumatori finali (per carburanti, trasporti ed energia elettrica). Anche se l’istituito Fondo sul clima dovrebbe poi fare da ammortizzatore.

Alla base c’è il meccanismo ETS. La sua logica è di stabilire per i settori interessati un costo e un tetto alla possibilità di inquinare. Cioè la si raziona. Entro il tetto le imprese ricevono quote di emissione (corrispondenti ad una tonnellata di CO2) scambiabili.

Poi le imprese con meno emissioni, o che le producono a costi inferiori, possono vendere questi titoli; nel caso contrario acquistarli. Lo scopo è di superare l’uso dei fossili con incentivi economici invece che amministrativi. Quindi ETS è un mercato finanziario.

Inoltre quote di “diritti ad inquinare” sono gratuite per i settori a rischio di chiusure o delocalizzazioni. Aspetto delicato è che la CO2 incide sul costo dell’elettricità. E qui a fare il prezzo, secondo il principio del produttore marginale che altrimenti va fuori mercato, è il gas sebbene più costoso.

Resta che l’Italia ha nel mix energetico un punto dolente. Vale rispetto alla Spagna che paga meno, anche per il 18% di nucleare, l’elettricità all’ingrosso. Ma le bollette, per oneri fiscali e di rete, vanno in sostanza pari.

Nondimeno, come detto, il mercato ETS dei problemi ce li dà. A partire dal come si determina il benchmark, cioè l’assegnazione delle quote gratuite del mercato ETS. Il nodo, politico, riguarda un conflitto d’interessi col Nord Europa.

Rappresentato dall’acciaio verde (la svedese Ssab) competitivo se la produzione con CO2 è cara. Ma premiando questi si cancellano gli sforzi di imprese operanti in diversi contesti energetici e tecnologici. Comunque Bruxelles ha lasciato aperta la porta a nuovi compromessi.

Altra questione da affrontare riguarda il prezzo della CO2. Il problema, trattandosi di strumenti finanziari a offerta programmata in diminuzione, è che i mercati scommettano sul rialzo del prezzo. La questione, problematica per l’industria e ancora rimandata, è da affrontare. Forse la moratoria auspicata dal Presidente di Eni Descalzi può essere utile. In gioco è il futuro industriale del Paese.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est