Meloni e la scelta tra Tajani o Vannacci
La battuta di un deputato di destra, “prima dei voti, ci sta rubando le parole”, svela quanto il generale sia diventato il primo fattore di preoccupazione per il governo

C’è una suggestione che circola nei Palazzi della politica da qualche giorno, legata al crescere delle quotazioni di Futuro Nazionale, la creatura di Roberto Vannacci. Confermata dall’exploit di Vigevano, dove il suo candidato ha preso il 15 per cento e dai sondaggi nazionali che lo danno ormai sopra il 4 per cento.
La battuta di un deputato di destra, “prima dei voti, ci sta rubando le parole”, svela quanto il generale sia il primo fattore di preoccupazione per Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Più della guerra in Iran, più della recessione, più del divorzio da Trump. Perché l’irruzione di un’offerta nuova, all’insegna del purismo di quei valori in parte traditi da Lega e FdI, può far perdere più voti di qualunque altro evento.
E può far perdere le elezioni. Specie se il personaggio fosse tenuto fuori dalla porta della coalizione, con un sistema elettorale che premi lo schieramento che prenda un voto in più dell’altro.
Ebbene, la sceneggiatura che ispira questa suggestione ha quattro protagonisti – Giorgia Meloni e Marina Berlusconi, Roberto Vannacci e Matteo Salvini – e un attore non protagonista, Carlo Calenda.
Se molti autorevoli osservatori, uno tra tutti Paolo Mieli, sono certi che Meloni prima delle elezioni imbarcherà tutti, allora si potrebbe creare tale situazione: malgrado la difficoltà di Salvini di riaprire le porte al “traditore” Vannacci che lo sta dissanguando, Meloni lo costringe ad aprirgli le porte dell’alleanza; ma a quel punto Marina Berlusconi dà ordine di staccarsi da una compagnia divenuta indigesta per la “sua” Forza Italia.
Non sarebbe una sorpresa, visto che l’altra sera da Lilli Gruber lo ha detto con chiarezza Letizia Moratti, che degli azzurri è portavoce della Consulta della segreteria nazionale, non proprio una passante. “Incompatibili”, ha tagliato corto.
A questo punto la sceneggiatura si fa più fantasiosa, ma non meno verosimile. L’arrivo del generale nel centrodestra, con i numeri attuali, farebbe gravitare la coalizione (pure senza Forza Italia) intorno al 40 per cento, con un margine di crescita imprevedibile “regalato” dalla novità rappresentata dal personaggio.
L’otto per cento di FI potrebbe essere recuperato senza rinunciare a correre per vincere il premio di maggioranza, che verrà introdotto al 42%. Ma in caso contrario la presenza del duro e puro in coalizione restituirebbe alla destra una sorta di “verginità politica”, consentendo a Meloni e Salvini di condurre un’opposizione più radicale, ritrovando in qualche modo le radici originarie.
Anche per ripresentarsi con le spade sguainate in Europa e per provare a contrastare la concorrenza nociva del generale. Ma Forza Italia che fine farebbe? E qui entra l’attore non protagonista. A Marina Berlusconi (e al suo pool di consiglieri) potrebbe solleticare l’idea di creare un terzo polo che superi il 10 per cento; e che diventi ago della bilancia per la formazione di qualunque governo, specie se nessuno dei due schieramenti conquistasse il premio di maggioranza.
Un terzo polo con Calenda, magari nel ruolo di segretario, con la presidentessa e il fratello a proteggergli il capo dall’alto del loro impero. Un polo con una forza mediatica notevole, utile a calamitare altre forze centriste e moderate. Un pericolo da non scartare. Imbarcare Vannacci o tenermi Tajani? Questo dunque potrebbe essere il dilemma della premier (e di Salvini) di qui a pochi mesi.
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