Le armi economiche dell’Europa

La “guerra” tra Usa e Ue? Le relazioni paiono terremotate. E il vecchio continente può agire ostacolando l’accesso americano al mercato di beni e servizi, poi ci sono le “munizioni” finanziarie. Entrambe implicano il rischio boomerang.

Francesco MorosiniFrancesco Morosini

Guerra economico/finanziaria tra Usa e Ue? C’è il rischio di farsi male, specie in Europa. Certo, l’aria è di burrasca nonostante l’apparente smussarsi del caso Groenlandia.

Il fatto è che le relazioni interatlantiche, da anni tese specie sulla questione difesa, oggi paiono terremotate. Il tema, pertanto, è se l’Ue disponga di armi per bilanciare la pressione di Washington. Limitate perché la sua sicurezza è made in Usa. Sono armi economiche. Alcune agiscono ostacolando l’accesso al mercato di beni e servizi; poi ci sono le “munizioni” finanziarie. Entrambe implicano il rischio boomerang.

Tra le prime c’è il bazooka commerciale dell’Ue: cioè l’attivazione dello Strumento anti coercizione (Aci). Lo strumento, che per capacità d’impatto completa i dazi, tutela gli Stati dell’Unione da pressioni economiche a fini di sopraffazione politica. L’arsenale di Aci comprende barriere di mercato in ambito di servizi, investimenti, gare per appalti pubblici e protezione della proprietà intellettuale.

È uno strumento di guerra commerciale. Applicato in ambito Nato porterebbe ad un conflitto civile che, per quanto economico, la distruggerebbe. Inoltre, per Washington i dazi sono armi politiche su cui va giù dura. Quindi, se qui Bruxelles volesse sfidare la Casa Bianca a chi regge di più allora rischierebbe di perdere perché alla Casa Bianca sono più bravi nel gioco a rialzo. Poi c’è l’arma finanziaria.

Ne parla con favore un editoriale del Financial Times del 20 gennaio che spiega come i titoli del Tesoro potrebbero essere la migliore difesa dell’Europa per la Groenlandia. L’articolo potrebbe indurre alla tentazione di una pericolosa escalation finanziaria. L’esito sarebbe il crollo del valore dei portafogli di masse di investitori.

L’idea, che poggia su un approccio al mercato finanziario iper-dirigista, è di creare panico attorno ai titoli sovrani statunitensi da raggiungere con l’imposizione politica ai fondi pensione pubblici di disinvestire in essi.

In conseguenza di ciò pure gli operatori privati sarebbero indotti ad agire in tal senso. Si badi: sarebbe un ordine politico; un atto estraneo alla logica che sorregge i mercati. Con tale mossa, essendo in aria le elezioni di midterm, l’Ue un obiettivo lo otterrebbe: spingere all’insù i tassi di interesse negli Usa.

La qualcosa, dato l’intreccio negli States di finanza ed economia, porterebbe a una contrazione della domanda di beni. Sommata all’incremento dei tassi sui mutui il viatico per la sconfitta elettorale di Trump sarebbe servito. È una tentazione illusoria e da evitare. Quantomeno perché l’obiettivo sarebbe conseguito con perdite da ko per i risparmiatori/investitori europei.

Poi, ricorda l’analista Seminerio, va messa in conto la rappresaglia Usa possibile per i massicci investimenti fatti in Eurozona (oltre il 30% del Pil). È vero, Trump da calci negli stinchi.

È la sua tecnica quella di sparare alto per ottenere qualcosa. Ma perdere la testa e rispondere radicalizzando l’escalation del confronto economico/finanziario per l’Europa sarebbe più dannoso che utile. Per contenere il presidente Trump bisogna capire il suo gioco. Si ottiene di più. Senza suicidare l’Occidente, cioè fare il male comune.

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