Groenlandia, dazi e alleanze incrinate: solo gli Usa possono frenare Donald
A Davos lo scontro tra Stati Uniti e Unione europea mette in discussione equilibri storici e apre scenari geopolitici inediti

All’incontro multilaterale di Davos il conflitto tra Unione europea e Stati Uniti sta emergendo in tutta la sua durezza. Trump si dichiara pronto ad aprire i negoziati per «acquistare» la Groenlandia: una mossa che conferma le dichiarazioni precedenti in cui il tycoon ritiene di poter sostituire i soldi al consenso ottenuto per via diplomatica. Dall’altro lato, la linea dell’UE attualmente interpretata da due leader: Ursula von der Leyen e Emanuel Macron. La Presidente della Commissione europea denuncia la decisione di Trump di far leva sui dazi per piegare il consenso degli europei sulla Groenlandia come un errore.
Il Presidente francese, dal canto suo, sbatte i pugni sul tavolo: mettendo in chiaro che «è assurdo minacciare gli alleati», non lesina a mostrare a sua volta i muscoli. E così, chiede una esercitazione della NATO in Groenlandia dichiarando che la Francia è pronta a contribuire. Uno scenario che ha dell’incredibile: dalla sua fondazione, gli Stati Uniti giocano un ruolo fondamentale nell’alleanza militare. Siamo giunti al punto in cui la NATO fa una dimostrazione di forza ai fini della deterrenza contro il proprio principale sostenitore.
Questo 2026 sembra mostrare un mondo in cui le relazioni internazionali si muovono all’impazzata e senza un vero senso logico. Proviamo, allora, a capire cosa evidenziano queste dinamiche.
Le posizioni di von der Leyen e Macron, in verità, non sono del tutto inedite e possiamo trovare dei pregressi storici che le sostengono. Da un lato, la Presidente della Commissione si pone su una linea di continuità con i leader europei degli anni ’70. L’allora Comunità economica europea, trovatasi di fronte alla necessità di ripensare alla propria politica di fronte alla decisione statunitense di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro in oro, ponendo così fine del sistema monetario di Bretton Woods, reagì con un colpo di coda rilanciando la politica monetaria europea.
Una decisione assunta per necessità che, tuttavia, vista con l’ottica del lungo periodo, ha avuto un peso fondamentale nel processo che avrebbe portato alla genesi dell’euro. Ugualmente, la politica di Macron contiene tutti gli elementi della tradizionale grandeur francese, confermando l’immagine di Parigi come quella di un attore politico che ambisce a fungere da guida dell’Unione europea, ponendosi alla stessa altezza della superpotenza americana.
Ciò che, invece, è totalmente inedito, è l’atteggiamento statunitense: non sempre gli «alleati» si sono comportati in modo lineare, non sempre in modo democratico. Ma questo atteggiamento frontale, senza filtri, senza limiti, in cui la politica internazionale è concepita sulla base di ricatti di natura economica, è davvero qualcosa di nuovo. Quando il governatore della California, Gavin Newsom, esorta gli europei a stare con la schiena diritta di fronte al «T-rex» Trump, dovrebbe pensare soprattutto a quello che può fare l’opposizione in seno agli Stati Uniti: è solo da lì che può realmente partire l’affondo al tycoon, in vista delle elezioni di midterm, previste per novembre.
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