Perché la sconfitta del tycoon non fermerà il caos
La sconfitta elettorale di Donald Trump non segna necessariamente la fine del trumpismo. Dalla polarizzazione politica alle tensioni internazionali, passando per mercati e disuguaglianze, l’Occidente rischia di fare i conti con nuove divisioni e instabilità

Una vittoria di Trump avrebbe portato la continuità del caos, una gran confusione amplificata dalla foga boriosa del condannato salvato in extremis. La secca sconfitta è un segno di risveglio americano ma, potenzialmente, potrebbe essere anche peggio, perché il presidente azzoppato non esiterà a difendere il suo pazzo regno e combattere i nemici democratici – “comunisti!” – che tenteranno di buttarlo giù dal palcoscenico con limitate possibilità di riuscirci poiché l’impeachment richiede due terzi del Senato.
Rischiamo più disordine e altri conflitti; il petrolio resterà alle stelle e così le bollette, mentre i mercati balleranno scossi dai dubbi sul futuro delle tecnologie e dalle incertezze commerciali che inchioderanno la crescita dell’Occidente.
The Donald proverà a giocare ancora col mondo come faceva Adenoid Hynkel, il dittatore di Chaplin, magari a braccetto con Putin e tutti i Milei del pianeta. Balleremo per due anni in cui dovremo tener duro e sperare che l’America abbia capito in che mani si è messa e ci ha messo, e agisca di conseguenza.
Un cambiamento degli equilibri di Camera e Senato può determinare nuovi orientamenti, eppure Trump ha già detto che – oltre a non accettare il verdetto delle urne - userà il potere di veto per le decisioni dei rappresentanti e manterrà la sua linea.
Nella disfatta, il presidente resta titolare della politica estera e della difesa, è sempre lui a decidere su dazi, immigrazione e agenzie federali. Può insomma continuare a far danni anche da sconfitto, creando scenari di tensioni e diseguaglianze capaci di generare tumulti gravi, ma questo se si vuole essere ottimisti. È stato un leader divisivo che ha eroso la credibilità dell’America. E le spaccature estreme sono un virus che serve conti salati.
Il trumpismo si inscrive in quella che uno studio pubblicato nel 2019 dalla californiana Annual Review of Political Science chiama “polarizzazione affettiva”. Tutte le recenti elezioni, indipendentemente dal risultato, sono finite con l’elettorato spaccato, dal Brasile alla Serbia; le prossime, in Spagna, Italia, Francia e Polonia, annunciano esiti analoghi. Vuol dire che i cittadini sono divisi fra conservatori e progressisti, multilateralisti e condominiali, nazionalisti e comunitari.
Il confronto fra blocchi opposti si è fatto più acceso e netto. È una contesa di valori in cui il rivale è un nemico e la politica diventa un’identità sociale e psicologica che porta le persone a odiarsi per le visioni divergenti. Non c’è più dialogo, solo scontro.
L’ampliarsi delle disparità rende il quadro ulteriormente urticante. Con le debite differenze, è un panorama da anni Venti del XX secolo, complicato dalla rapidità inusitata del succedersi degli eventi e delle informazioni ad essi collegate. La velocità estende le differenze e le possibilità di conflitto.
La fine di Trump non segnerebbe l’epilogo del trumpismo che ormai ha contaminato l’Occidente. Serve un’azione collettiva che ristabilisca le regole, calmi gli spiriti, riaccenda la crescita e riabiliti la fiducia nell’essenza democratica. Con un’avvertenza: inutile avere paura dei mostri generati dalla ragione addormentata; gli uomini imbarbariti sono più pericolosi.
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