Quando la coerenza diventa un autogol

La politica dovrebbe sapere che non tutte le coerenze sono virtù. Ce ne sono alcune che servono soprattutto a non decidere. E quando riguardano la vita e la morte delle persone, il loro costo non si misura nei rapporti di forza tra i partiti, ma nel tempo e nelle sofferenze di chi attende una risposta

Alessandro BarbanoAlessandro Barbano
Suicidio assistito, il caso Veneto divide la maggioranza
Suicidio assistito, il caso Veneto divide la maggioranza

La Corte costituzionale non ha lasciato la materia in una terra di nessuno. A partire dalla sentenza 242 del 2019, e poi con le successive pronunce, ha individuato con precisione le quattro condizioni che rendono non punibile l’aiuto al suicidio: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche che il malato reputi intollerabili, la piena capacità di assumere decisioni libere e consapevoli, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

Una nozione, quest’ultima, che la stessa Consulta ha chiarito non essere circoscritta ai macchinari, ma comprendere anche interventi sanitari e assistenziali indispensabili alla sopravvivenza. Non siamo dunque di fronte al riconoscimento di un illimitato diritto di disporre della vita. Al contrario. La Corte ha costruito un equilibrio rigoroso tra autodeterminazione e tutela della persona, circoscrivendo il ricorso al suicidio assistito a situazioni estreme, sottoposte alla verifica delle strutture sanitarie pubbliche e al parere dei comitati etici. Ha riconosciuto uno spazio alla libertà del malato senza trasformarla in una delega in bianco.

E ha indicato al legislatore la necessità di intervenire, per dare certezza a diritti e garanzie che non possono restare affidati alla diversa sensibilità degli uffici sanitari o alla capacità dei singoli di ricorrere ai tribunali. È proprio in questo perimetro che si colloca la legge del Veneto. Nata da un’iniziativa popolare, sostenuta con convinzione dall’ex governatore Luca Zaia e approvata da una maggioranza trasversale, non pretende di introdurre un nuovo diritto al suicidio. Ne disciplina le procedure di accesso, la verifica dei requisiti, l’assistenza sanitaria. E introduce garanzie a tutela della vita: dalla priorità delle cure palliative al sostegno psicologico, fino alla valutazione affidata a una commissione multidisciplinare.

Non una scorciatoia verso la morte, ma una risposta regolata e controllata a condizioni di sofferenza estrema. Certo, la competenza dello Stato in materia di ordinamento civile e penale non può essere messa in discussione. Ma non è questo il punto. Perché la tutela della salute appartiene anche alla sfera legislativa regionale. E il confine tra i due ambiti è stato già tracciato dalla Consulta, proprio a seguito di un precedente ricorso del governo contro la legge della Toscana.

Con la sentenza 204 del 2025, i giudici costituzionali hanno respinto la contestazione rivolta all’intera legge toscana, riconoscendo alle Regioni la possibilità di disciplinare gli aspetti organizzativi e procedurali dell’assistenza sanitaria. Hanno confermato un principio decisivo: una Regione può intervenire per rendere concretamente accessibile quanto discende dalle pronunce costituzionali, purché rispetti i confini della propria potestà legislativa.

È alla luce di questo precedente che la nuova impugnazione appare difficile da comprendere. Se poi la spiegazione di questa scelta fosse da ricercare nel clima elettorale che attraversa il Paese, il paradosso sarebbe ancora più evidente.

Il costituzionalista Stefano Ceccanti ha parlato di masochismo. Una definizione che coglie la contraddizione politica dell’iniziativa. Perché la legge veneta è stata approvata da una maggioranza che ha attraversato gli schieramenti, anche grazie al contributo determinante delle forze di centrodestra. Impugnarla significa riaprire una frattura dentro la stessa coalizione di governo, sconfessare il percorso politico compiuto in Veneto e offrire una nuova rappresentazione dell’incapacità della maggioranza di tradurre le proprie differenze culturali in un compromesso legislativo.

Ma il danno più serio non riguarda gli equilibri tra i partiti. Riguarda la distanza crescente tra le classi dirigenti e il Paese reale. Perché il fine vita non è una disputa astratta tra scuole giuridiche, né una bandiera da agitare nella contesa tra laici e cattolici, progressisti e conservatori. È una questione che attraversa la vita delle famiglie, la solitudine dei malati, il dolore di chi assiste una persona cara e deve confrontarsi con decisioni che nessuna legge potrà mai rendere semplici.

La politica dovrebbe sapere che non tutte le coerenze sono virtù. Ce ne sono alcune che servono soprattutto a non decidere. E quando riguardano la vita e la morte delle persone, il loro costo non si misura nei rapporti di forza tra i partiti, ma nel tempo e nelle sofferenze di chi attende una risposta.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est