Se la sinistra rispolvera vecchie ricette

I progressisti 5.0 convinti di trovarsi all’alba di una rinascita epocale lanciano proposte di retroguardia come fossero grida rivoluzionarie

Carlo BertiniCarlo Bertini
Elly Schlein (foto Ansa)
Elly Schlein (foto Ansa)

Perfino l’economista social John Maynard Keynes, brandito come vessillo da tutta la sinistra, teorizzava che lo Stato dovesse fungere da regolatore temporaneo, quando il libero mercato non era in grado di autoregolamentarsi in periodi di crisi.

E invece no, cent’anni dopo, i progressisti 5.0 convinti di trovarsi all’alba di una rinascita epocale, lanciano ricette di retroguardia come fossero grida rivoluzionarie: dagli investimenti statali per la sanità gratuita finanziata con lo stop alle armi (dei socialisti democratici americani eletti al congresso); a “un altro mondo è possibile” del no-global Melenchon, nemico del neo-liberismo; dal “rimettiamo il reddito di cittadinanza” by Giuseppe Conte, all’introduciamo una patrimoniale sui ricchi, dei compagni di Avs.

Il che porterà dritti al “mungiamo i molossi delle big tech per dare una mancia a tutti e brindiamo in deficit, tanto i soldi poi si trovano”. La fiera del populismo di sinistra. Alla quale non pare sottrarsi Elly Schlein, erede di un partito dove la cultura del velleitarismo era bandita come la peste. E che invece sul quotidiano La Repubblica esalta “il coraggio della radicalità”, se pur “coniugato al pragmatismo”, termine dietro cui si può celare ogni compromesso.

Ma qualche segnale dovrebbe far pensare: che ci dice la bocciatura della patrimoniale nel referendum in California, dove pure la classe media non è più la maggioranza per l’enorme costo della vita? E che significa la campagna in affanno del radicale Melenchon, sempre indietro nei sondaggi ad una Marine Le Pen paradossalmente divenuta meno pericolosa agli occhi della borghesia francese?

A quanto pare, nel crepuscolo del trumpismo i progressisti subiscono un’ illusione ottica pari a quella sulle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, decantata negli anni Novanta e poi ripudiata da un D’Alema contrito per “gli errori della sinistra”.

Oggi invece un nuovo miraggio fa apparire a Giuseppe Conte, a Elly Schlein e compagni, come a Melenchon e ai socialisti americani, il radicalismo come miglior antidoto contro le disuguaglianze. Con la ingiustificata convinzione che di questa acqua benedetta non veda l’ora di abbeverarsi anche la maggioranza silenziosa. Ma la solidità delle riforme strutturali richieste dall’Europa dove è finita? E che fine farà la pur dolorosa riforma Fornero che ancora ci consente di stare nel club dei grandi? Qualcuno guarda al debito che ci asfissia sapendo che il solo modo per non lasciarlo sul groppone dei giovani italiani sarebbe far crescere l’economia?

Pare di no, perché dopo la sconfitta del capo Maga, i leader progressisti promettono risposte hic et nunc, piuttosto che porsi simili domande ed una sopra tutte le altre: come far crescere le economie per far star meglio i cittadini, senza perdere altri anni inseguendo chimere, salvo poi collassare alla prossima crisi ciclica dell’economia?

Quesito che provano timidamente a porsi i cosiddetti riformisti del centro-campo e del Pd, inascoltati e cercati solo per portare qualche secchio di acqua elettorale. E che rischiano di fare la fine di Nouriel Roubini, l’economista che predisse la crisi finanziaria del 2008 con due anni di anticipo, di fronte ad una platea del fondo monetario internazionale, che con sprezzo lo ribattezzò Dr.Doom, dottor destino. Con tante scuse ex post.

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