Trattenere i talenti: una sfida da vincere anche con la qualità del lavoro offerto
Sostenere economicamente i giovani laureati nelle prime fasi della loro vita professionale è certamente un segnale apprezzabile, ma rischia di trasformarsi in un palliativo se non interveniamo sulla vera dinamica che sostiene il mercato del lavoro, ovvero la qualità della domanda

L’accordo siglato tra Regione Veneto e i quattro atenei pubblici del territorio, che prevede uno stanziamento di 30 milioni di euro per sostenere i giovani laureati e rafforzare il collegamento tra università, ricerca e imprese, rappresenta un’iniziativa che merita attenzione e che dà una prima risposta alle campagne portate avanti da questo giornale.
Il piano, denominato Stay Veneto, destina 10 milioni a contributi per favorire l’autonomia dei giovani più meritevoli e altri 20 milioni a dottorati industriali e ricerca applicata, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la fuga dei talenti e rafforzare la capacità del territorio di trattenerli.
Una prima notizia positiva c’è, e non va sottovalutata: si riconosce finalmente la centralità di un problema che non è più rinviabile e che Fondazione Nord Est documenta da anni. La mobilità dei giovani rappresenta probabilmente la vera grande urgenza economica del Veneto, non soltanto perché molti se ne vanno, ma anche perché troppo pochi arrivano da Paesi con livelli di sviluppo e formazione comparabili ai nostri. Questo squilibrio ci dice qualcosa di molto preciso sulla qualità del mercato del lavoro veneto.
Ed è proprio qui, a mio avviso, che la proposta mostra i suoi limiti. A determinare la qualità di un mercato del lavoro sono soprattutto le imprese che lo popolano, le figure professionali che cercano e gli stipendi che sono disposte a pagare. Sostenere economicamente i giovani laureati nelle prime fasi della loro vita professionale è certamente un segnale apprezzabile, ma rischia di trasformarsi in un palliativo se non interveniamo sulla vera dinamica che sostiene il mercato del lavoro, ovvero la qualità della domanda.
Non è infatti principalmente un problema di offerta, dal momento che i nostri atenei formano ogni anno migliaia di giovani qualificati, molti dei quali devono poi accontentarsi di prospettive professionali e retributive poco competitive rispetto a quelle offerte da altri Paesi europei.
Bene, dunque, anche i 20 milioni destinati a dottorati industriali e ricerca applicata, soprattutto perché segnano una discontinuità rispetto a gestioni precedenti che poco hanno scommesso su università e ricerca. Ma anche qui, le risorse da sole non bastano. Quali imprese assorbiranno i giovani, e meno giovani, che saranno formati? Quali imprese saranno interessate ad acquistare i risultati della ricerca, a collaborare con i dipartimenti universitari e a investire in nuove competenze e attività ad alto valore aggiunto?
Il rischio, tutt’altro che remoto, è di finanziare incentivi, borse di studio e ricerca per poi ritrovarsi sostanzialmente al punto di partenza. O, paradossalmente, di formare nuovi professionisti che finiranno per mettere le proprie competenze al servizio di imprese ed economie straniere.
Per questo credo che la vera sfida non sia soltanto aiutare i giovani a restare, ma lavorare sulla capacità del Veneto di generare e attrarre imprese competitive, capaci di offrire opportunità professionali e retribuzioni all’altezza delle loro aspettative. Senza affrontare questo nodo, rischiamo di intervenire sulle conseguenze di un problema, lasciandone intatte le cause.
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