La democrazia americana resiste alla disfatta autoritaria

Le elezioni di Midterm sono un plebiscito contro Trump. Il voto blu dilaga, facendo dell’attuale inquilino della Casa Bianca un’“anatra zoppa” che, nonostante il minaccioso «sono ancora il vostro presidente», dovrà fare i conti con un legislativo forte

Renzo GuoloRenzo Guolo
Sostenitori del dem Jon Ossoff
Sostenitori del dem Jon Ossoff

Le elezioni di Midterm sono un plebiscito contro Trump. Il voto blu dilaga, facendo dell’attuale inquilino della Casa Bianca un’“anatra zoppa” che, nonostante il minaccioso «sono ancora il vostro presidente», dovrà fare i conti con un legislativo forte, capace, se non di paralizzare, quanto meno di condizionare un leader che, in particolare nel secondo mandato, ha mostrato di non tollerare alcuna forma di bilanciamento dei poteri. Il responso delle urne è netto: i democratici conquistano il Congresso, vincendo non solo alla Camera ma, ciò che più conta, al Senato. Le cause della sconfitta repubblicana sono molteplici.

A partire dalla delusione di gran parte dei cittadini per una politica economica che, nonostante i dazi, non ha prodotto benefici evidenti, e dal dissenso sulla guerra all’Iran. Vance, contrario all’avventura mediorientale, lo ha detto esplicitamente: la sconfitta ha come causa la guerra che, facendo lievitare il prezzo dei carburanti, si è trasformata in vicenda di politica interna. Altri, poi, hanno infilato la scheda nell’urna orientati da motivazioni diverse ma sinergiche nel determinare la debacle elettorale del partito repubblicano mutato in “cosa” trumpiana.

Così, l’elettorato di opinione ha sanzionato il debordare del ruolo presidenziale e l’intreccio tra clan familiare e affari; e quello fautore del mercato regolato ha fatto lievitare l’ala socialista dei dem, che ormai guarda , con la benedizione del vecchio Sanders, alla deputata di New York Ocasio-Cortez. Novità sono venute anche dal fronte etnico e religioso. Esemplare, in tal senso, la scelta dell’elettorato ispanico, che ha votato in maggioranza per i dem. L’avversità dei latinos, che pure nel 2024 avevano incoronato The Donald a scapito di un Biden ritenuto lassista sull’immigrazione - nell’intento di circoscrivere lo stigma montante verso la popolazione ispanica che già godeva della cittadinanza e stoppare la concorrenza nell’accesso a risorse pubbliche sempre più scarse -, ha spostato gli equilibri politici negli stati meridionali.

Il brutale trattamento inflitto dall’Ice, qui come nel Minnesota, a ex-connazionali, parenti e amici, entrati irregolarmente ma divenuti parte del tessuto sociale ed economico locale, ha influito nella scelta. Così come l’atteggiamento della Chiesa cattolica, prima con Papa Francesco e ora con Papa Leone che, mandando un segnale inequivocabilmente interpretato come dovere di prendere posizione, ha votato per posta in queste elezioni. Crepe manifestatesi persino tra gli evangelici, tradizionalmente pro-conservatori: come dimostra l’elezione del metodista Hamilton al Senato in Kansas, dove un dem non trionfava dal 1932.

Nella coalizione delle minoranze che, da sempre, costituiscono un tratto distintivo dello schieramento blu, spicca anche l’elezione in Michigan di El-Sayed, primo senatore musulmano a Capitol Hill, capace di mobilitare non solo il consenso della sempre più vasta comunità islamica americana ma anche il voto di quanti invocano una politica Usa non schiacciata su Israele. Più in generale, la mappa elettorale del dopo Midterm evidenzia un colore blu non più concentrato sulle coste est e ovest, ma che si incunea nell’America che va dalle Grandi Pianure al Sud. In Georgia si registra non solo la riconferma senatoriale di Ossof, uno dei papabili per le prossime presidenziali, ma anche la vittoria nella corsa per il governatorato della prima donna afroamericana, Lance Bottoms. Il 2028, però, è lontano.

Due anni sono un’era geologica nella politica d’oggi. E non è detto che, di fronte a candidature non in grado di fare sintesi, gli elettori votino comunque “contro” il repubblicano di turno, sia Vance o Rubio, il primo più vicino alle posizioni Maga, il secondo meno lontano da quel che resta del conservatorismo classico del GOP dopo la “cura” Trump. Per evitare di venire schiacciati dall’ingombrante presenza dell’impopolare presidente, dovranno entrambi muoversi con una certa autonomia. E non sarà facile. Le elezioni di Midterm mostrano che nonostante le torsioni autoritarie e lo strapotere del tecnocapitalismo, sempre più insofferente nei confronti delle regole del gioco, l’America è ancora una democrazia. E questo, dentro e fuori i suoi confini, è quello che conta di più.

 

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