La trappola del «trumpismo»: la polarizzazione sta contagiando tutto l'Occidente
Dagli Stati Uniti alle sfide elettorali europee: la trasformazione del rivale in nemico ed il venir meno del dialogo democratico. Lo studio sui modelli d'odio sociale, l'aumento delle disuguaglianze ed i rischi di una nuova stagione di conflitti ideologici globali

Se Trump ha vinto, vedremo la continuità del caos, una gran confusione amplificata dalla foga boriosa del condannato salvato in extremis. Se Trump ha perso, o pareggiato, potrebbe essere anche peggio, perché il presidente azzoppato sarà pronto a tutto pur di difendere il suo pazzo regno e combattere i nemici democratici – “comunisti!” – che tenteranno di buttarlo giù dal palcoscenico con limitate possibilità di riuscirci poiché l’impeachment richiede due terzi del voto del Senato.
Comunque vada, rischiamo più disordine e altri conflitti; il petrolio resterà alle stelle e così le bollette, mentre i mercati balleranno scossi dai dubbi sul futuro delle tecnologie e dalle incertezze commerciali che inchioderanno la crescita dell’Occidente. The Donald tenterà di giocare ancora col mondo come faceva Adenoid Hynkel, il dittatore di Chaplin, magari a braccetto con Putin e tutti i Bolsonaro del pianeta. Balleremo per due anni in cui dovremo tener duro e sperare che l’America abbia capito in che mani si è messa e ci ha messo, sempre che ci riesca.
Le elezioni di midterm misurano la pressione politica e sociale nella Big Country. Un cambiamento degli equilibri di Camera e Senato può determinare nuovi orientamenti, eppure Trump ha già detto che – oltre a non accettare il verdetto delle urne – userà il potere di veto per le decisioni dei rappresentanti e manterrà la sua linea a colpi di decreti esecutivi. Nella disfatta, il presidente resterebbe titolare della politica estera e della difesa, sarebbe sempre lui a decidere su dazi, immigrazione e agenzie federali. Può insomma continuare a far danni anche da sconfitto, creando uno scenario di tensioni e diseguaglianze capaci di generare tumulti gravi, ma questo se si vuole essere ottimisti.
È stato un leader profondamente divisivo che ha eroso la credibilità dell’America. E le divisioni estreme sono un virus che porta conti salati. Il trumpismo è un modello di quello che uno studio pubblicato nel 2019 dalla Annual Review of Political Science chiama “polarizzazione affettiva”. Tutte le recenti elezioni, indipendentemente dal risultato, sono finite con l’elettorato spaccato, dal Brasile alla Serbia; le prossime, in Spagna, Italia, Francia e Polonia, annunciano un esito analogo. Vuol dire che i cittadini sono divisi fra conservatori e progressisti, multilateralisti e condominiali, nazionalisti e comunitari. Il confronto fra blocchi opposti si è fatto più acceso e netto. È una guerra di valori in cui il rivale è un nemico e la politica diventa un’identità sociale e psicologica che porta le persone ad odiarsi per le visioni divergenti. Non c’è più dialogo, solo confronto.
L’ampliarsi delle diseguaglianze economiche, culturali e sociali rende il quadro ulteriormente urticante. Con le debite differenze, è uno scenario da anni Venti del XX secolo, complicato dalla rapidità inusitata del succedersi degli eventi e delle informazioni ad essi collegate.
La fine di Trump non segnerebbe l’epilogo del trumpismo. Serve un’azione collettiva di segno contrario che ristabilisca le regole, calmi gli spiriti, riaccenda la crescita e riabiliti la fiducia nell’essenza democratica della convivenza fra i popoli. Con un’avvertenza: inutile avere paura dei mostri generati dalla ragione addormentata; gli uomini sono più pericolosi.
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