Fenice, la cultura ostaggio del muro contro muro
Tre inaugurazioni saltate in tredici mesi, uno scontro che non trova soluzione e un pubblico sempre più disorientato: la crisi della Fenice rischia di travolgere non solo il teatro veneziano, ma anche la sua immagine internazionale e il rapporto con gli spettatori

Assuefatti da una tensione cronica, rischiamo di non vedere l’enormità di ciò che sta accadendo: tre grandi inaugurazioni della Fenice saltate in tredici mes i. Il blocco del Wozzeck nel 2025 e ora quello della Fedora e della stagione sinfonica non sono beghe locali. È un tema nazionale, che investe la città di Venezia, il Ministero, l’intero sistema culturale del Paese, minandone l’immagine nel mondo. Non si può fingere di non vedere, sperando che passi. Bisogna restituire a questo scontro la gravità che merita: lo scenario è inaccettabile e serve un cambio di passo.
In qualunque contrasto umano o sociale esiste una gradazione: si può discutere, litigare, alzare la voce o giungere allo scontro frontale. C’è una scala di intensità che qualifica la gravità del problema. Quando invece lo sciopero diventa la mossa inesorabile, si annulla ogni sfumatura. Usare per qualsiasi lite la bomba atomica, l’arma finale, significa non saper più cogliere le differenze e la reale urgenza delle tesi. Se tutto è sempre codice rosso, se la risposta è sempre massiva, tutto si appiattisce, si spengono i distinguo e la protesta stessa perde di credibilità.
L’ennesima paralisi rovente
Con un’amara ironia, è proprio la Fedora di Umberto Giordano il terreno su cui si consuma questa ennesima paralisi rovente per la Fenice. L’opera verista del 1898 si avvita attorno a un unico, devastante motore narrativo: la cecità del pregiudizio, camuffata da sete di giustizia. Nella trama, la protagonista, convinta che il conte Loris abbia ucciso il suo fidanzato, si lancia in una caccia all’uomo, totale, senza quartiere, mossa dall’assoluta certezza di avere il monopolio della ragione e che il suo avversario sia l’unico colpevole. Agisce per assoluti. Rifiuta le sfumature. E, per punire il conte, innesca una reazione a catena che finirà per distruggere tutto ciò che la circonda. Compresa se stessa.
Allontaniamoci rapidamente da questa, forse temeraria, metafora operistica, e torniamo alle beghe della Fenice alla fine del 2026. Assistiamo a uno spartito retorico che può riecheggiare quella dinamica. Il pregiudizio ideologico, questa volta, presidia le fila di un oltranzismo sindacale che ha trasformato lo sciopero da extrema ratio del diritto del lavoro a strumento sistematico di pressione. L’idea che, in nome di una rivendicazione, sia sempre lecito sacrificare lo spettacolo, l’istituzione. E il pubblico.
Lo spazio di convivenza
Nessuno nega che le fondazioni liriche soffrano di problemi strutturali, o che le direzioni — compresa questa, che non sta brillando per molti aspetti — mostrino spesso miopia. Ma la sordità delle istituzioni non può giustificare la cecità di una protesta estrema. Servirebbe un principio di responsabilità etica: nel rispetto del pubblico, nella salvaguardia dell’immagine del teatro e della cultura italiana nel mondo. Il blocco delle “prime” colpisce l’azienda nel momento di massima esposizione, ma il prezzo lo pagano le casse del teatro e gli spettatori. Chi sostiene l’arte pagando il biglietto viene usato come scudo umano culturale.
Quando prenoti alla Fenice, ormai ti chiedi se in realtà quello spettacolo lo vedrai. Sei un proiettile che gira in una roulette russa giocata da altri. Il rischio è la desertificazione delle platee, poiché il pubblico stanco sceglierà semplicemente di spendere altrove. Fuori dal perimetro ideologico, deve pur esistere uno spazio di convivenza tra le ragioni da far valere e la responsabilità delle misure da adottare.
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