La radicalità è dannosa senza crescita

Gli americani non hanno votato per la rivoluzione: hanno votato contro il carovita e contro un presidente impresentabile

Carlo Alberto Carnevale Maffè
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (foto Ansa)
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (foto Ansa)

Elly Schlein ha letto il voto americano e ne ha ricavato una parola d’ordine: radicalità. In un’intervista a La Repubblica la segretaria del Pd ha invocato “il coraggio della radicalità”, giustificato da una domanda di giustizia sociale altrettanto radicale, da coniugare con il pragmatismo. Giuseppe Conte ha rilanciato su La Stampa chiedendo scelte coraggiose e proposte radicali.

In Francia la sinistra parla ormai la grammatica di Mélenchon, che i sondaggi indicano in avanzata insieme a Marine Le Pen, in assenza di un candidato di centrosinistra forte. Il lessico è comune, il bersaglio pure: la ricchezza, da tassare in quanto tale.

Peccato che, nella stessa notte in cui i democratici conquistavano Camera e Senato, l’elettorato più progressista d’America abbia bocciato proprio la patrimoniale. La Proposition 40, un prelievo una tantum del 5 per cento sul patrimonio netto dei residenti californiani con oltre un miliardo di dollari, si avvia alla sconfitta con circa il 55 per cento di no.

La correzione più acuta a Schlein arriva da casa sua. Graziano Delrio, sul Corriere, invita a guardare i volti degli eletti: «Moderati e radicali, cristiani e islamici, ispanici e bianchi». E ne ricava una conclusione che suona come una correzione di rotta: «Non basta parlare ai propri fedeli elettori per vincere».

I numeri gli danno ragione. I nuovi deputati che hanno strappato seggi in territorio repubblicano solido, i veri artefici della maggioranza, sono moderati, non progressisti, accanto a qualche bandiera radicale come Abdul El-Sayed, eletto senatore in Michigan.

Gli americani non hanno votato per la rivoluzione: hanno votato contro il carovita e contro un presidente impresentabile, avviato, secondo i primi exit poll, al gradimento più basso mai registrato in un voto di metà mandato, il 38 per cento. Ed è qui che la parabola si fa istruttiva, perché il trumpismo è stato il più ambizioso esperimento recente di economia per decreto. Statalismo di destra e di sinistra si somigliano più di quanto amino ammettere.

Entrambi credono che l’economia esegua gli ordini; entrambi scoprono che l’economia, come i gatti, risponde agli incentivi e ignora i comandi. La patrimoniale ne è l’esempio da manuale. Nel 1990 la applicavano dodici paesi Ocse; nel 2017 ne restavano quattro. Non per una congiura neoliberale, ma perché incassava poco, costava molto da amministrare e metteva in fuga proprio la base imponibile che voleva colpire.

In Italia, invece, la patrimoniale, sogno bagnato della sinistra radicale, è tutt’altro che archiviata. Pretendere di imporre in un solo paese dell’Unione Europea, che garantisce la libera circolazione dei cittadini, ciò che non riesce nemmeno in un solo Stato federato è la versione aggiornata del «socialismo in un solo paese». Il vero vuoto dei programmi radicali, del resto, non è fiscale: è la crescita. Schlein evoca chi deve scegliere quale figlio mandare all’università e i giovani costretti a stage gratuiti.

Problemi veri, ma effetto di salari fermi. E i salari sono fermi perché è ferma la produttività, non perché manchi un’imposta sul patrimonio. Un paese con una pressione fiscale sopra il 42 per cento del Pil e un reddito reale pro capite tornato a fatica ai livelli di inizio secolo non soffre di scarsa redistribuzione. Soffre di scarsa produzione di ciò che si vorrebbe redistribuire. Delrio ha ragione a invocare un «riformismo pragmatico» contro «un populismo fatto di promesse al vento».

Ma anche nel menu riformista la crescita compare sotto forma di stimoli, quasi fosse un paziente da rianimare a iniezioni. E le sta accanto un Reddito di dignità che non fa altro che rivisitare il famigerato Reddito di cittadinanza: ancora un trasferimento, solo con un nome più elegante. La crescita non si stimola: si incentiva, liberando innovazione, concorrenza, investimenti e capitale umano.

Sia chiaro: una sinistra può legittimamente preferire l’uguaglianza alla crescita. È una scelta irrazionale, perché distribuire la povertà riesce benissimo ma non sfama nessuno; resta però una scelta politica rispettabile. Se la vuole perseguire sul serio, deve smettere di sparare al capitale e cominciare a disegnare incentivi alla condivisione. Il primo strumento è la partecipazione dei lavoratori agli utili e al capitale, promessa dall’articolo 46 della Costituzione nel 1948 e solo l’anno scorso dotata di una legge ancora timida.

Poi azionariato diffuso e fondi pensione che rendano i dipendenti comproprietari della crescita, anziché spettatori. E facilitazioni per i risparmi che vanno a finanziare fondi di venture capital, per dare più capitale e più opportunità ai giovani. La pre-distribuzione costruisce patrimoni dove la redistribuzione si limita a spostarli, e spesso a farli emigrare.

È la differenza tra tassare la torta e dare a tutti le chiavi del forno. La California, terra di utopie, ha appena spiegato alla sinistra europea che anche le utopie hanno un codice postale, e che il capitale lo cambia più in fretta di quanto un parlamento cambi le aliquote. La radicalità di cui la sinistra avrebbe davvero bisogno è tornare a credere nella crescita. Per quella, purtroppo, non basta un’intervista. E nemmeno due.

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